Star Wars

La vera storia di Luke Skywalker
…terzo commesso della ditta "Electric Light & Magic"
The true story of Luke Skywalker
…worker at "Electric Light & Magic"
by Nelly Wheeler

La vera storia di Luke Skywalker





Prefazione di Eleonora Sessa
Fate parte del folto gruppo che, dopo una vita di adorazione, non ne può più di Guerre Stellari?
Siete neofiti che hanno visto la trilogia "solo" un centinaio di volte??
Avete consumato il vostro corpo e il vostro spirito nell’attesa delle prossime fatiche stellari di Lucas??
Comunque sia, qui c’é qualcosa che può interessarvi.
L’episodio IV (ebbene sì, proprio il mitico inizio della saga) è qui per voi.
Come? Lo conoscete già??
No. Non è possibile. Non così, almeno.
Nelle prossime pagine troverete un Guerre Stellari come non avete mai visto (o letto) prima.
Inorridirete per le losche trame di Pol Pettina, piangerete sulla triste sorte di Anna Kinn e farete il tifo per l’intrepido padre Ben K. Nobby;
attraverserete i sobborghi più squallidi sul "bolide giallo" di Gian Solo e coccolerete Ciuvi, il tenero (?!) vuki.
Il tutto seguendo le imprese del timido Luke al salvataggio della sua Principessa.
Come dite? Vi sembra una trama conosciuta? Vi assicuro che non è così.
Prendete fiato e preparatevi a partire per una nuova avventura.
Attenti solo a non cadere vittime del potere della terribile setta IlIah Toskuro Dellah Horza, nonché del suo minaccioso organo ufficiale di stampa (riuscite a indovinare di cosa sto parlando?).
Buon viaggio!






I

Pssh! Pum! Pum! Tatata! Le guardie co­razzate correvano sul ponte della nave. spaziale, cercando di creare più caos possi­bile. Acceleravano la corsa, più veloci, sem­pre più veloci.

Luke non ne poteva più di quel film di fantascienza dozzinale. Detestava i film di fantascienza e più che mai quelli prodotti dalla Empire. Però il suo lavoro consisteva nel controllare che fossero in buone condi­zioni prima che la Electric Light & Magic li distribuisse nei vari negozi di noleggio spar­si nella città.

E mentre sul visore le immagini scorre­vano a velocità accelerata, Luke Skywalker, terzo commesso della suddetta ditta, esami­nò il resto delle videocassette da visionare. Prese in mano innumerevoli sequels del film che stava seguendo con la coda dell’occhio sul visore e fu assalitoo dalla disperazione.

Una delle custodie di cartone era senza copertina e la cassetta all’interno non era stata riavvolta. Sorpreso, la infilò nel video-registratore al posto dell’altra, alla ricerca di qualche novità per svegliarsi dalla profonda noia di quella mattinata.

Improvvisamente comparve l’immagi­ne impacciata di una bella ragazza di vent’ an­ni che fissava la cinepresa senza recitare. Era vestita con un costume vagamente medieva­le e si torceva le mani.


«Aiutami, Obiuankenobi» ripeteva «Tu sei la nostra ultima speranza.»


La scena era brevissima: un difetto della cassetta la bloccava dopo quelle poche parole, mentre la ragazza si voltava verso un angolo nascosto dello studio in cui si era fatta riprendere e poi spariva d’un colpo dal campo visivo.

Luke era rapito. Decise subito che dove­va rintracciare la ragazza. Doveva aiutarla! Sentiva dentro di sé una forza sconosciuta che lo legava a lei. Doveva trovare quell’Obinobbi, dal nome quasi giapponese. L’unica persona che gli veniva in mente era Padre Ben K. Nobby, un prete che parlava spesso in televisione e scriveva nei giornali per denunciare il crescente potere delle nu­merose nuove sette religiose del paese.

All’ora di pranzo Luke stava ancora ri­muginando sulla sua missione ed era tanto assorbito dal pensiero della bella fanciulla che non notò il suo collega Arthur Ditù, secondo commesso della ditta, che racco­glieva tutte le cassette visionate. In mezzo alle altre prese anche la cassetta misteriosa che Luke aveva deposto sbadatamente sul mucchio da portare via.

Quando il giovane si accorse della scom­parsa della cassetta, Arthur era già in viaggio verso il negozio di periferia che si riforniva dalla ditta “Electric Light & Magic”, verso il quartiere di Jawas, il ghetto degli emarginati, che comin­ciava dopo il passaggio a livello, con case in rovina, discariche municipali e lunghe stra­de abbandonate. Luke saltò su un autobus, poi su un altro. Si stava allontanando per la prima volta dal tranquillo quartiere in cui era sempre vissuto.


Erano le due del pomeriggio quando scese in una strada completamente deserta. Il giorno era luminoso e soffocante. I pochi negozi lungo lo squallido viale sembravano tutti chiusi. Davanti ad uno di essi, Luke noto1 la moto di Arthur Ditù e si avviò verso di essa, attraversando parecchie vie laterali rese più buie dal contrasto con la strada soleggiata.


Dall’oscurità di uno di quei vicoli partì un laccio che bloccò brutalmente lo sventurato e poi lo trascinò nell’ombra mi­nacciosa. Una botta in testa spedì il ragazzo nel regno dei sogni. I pochi spiccioli che portava in tasca, l’orologio della licenza media, la catenina della mamma mai conosciuta gli vennero strappati e solo l’accorre­re tempestivo di un uomo che lanciava un urlo agghiacciante fece fuggire gli aggresso­ri e lo salvò da una sorte peggiore.





II

Luke aprì gli occhi. L’uomo chino su di lui era Padre Nobby! Il giovane ignorava che il padre aveva sempre seguito i suoi progres­si da quando gli aveva trovato una buona famiglia che lo allevasse, una scuola tran­quilla e, infine, un lavoro discreto in cui la sua personalità sensibile e timida venisse ancora tenuta lontana dalle scosse della vita.


«Hai rischiato molto giovanotto» disse Nobby con un sorriso gentile «Queste non sono terre in cui ci si possa avventurare impunemente!»


Lo fece alzare e lo portò nel suo rifugio. Nonostante le sue doti di oratore e i suoi impegni pubblici, Ben K. Nobby era prima di tutto un missionario dei quartieri periferici. Abitava in un palazzo abbandonato di cui stava riadattando piano piano le stanze per ospitarvi i casi disperati che cercava di salva­re. Da una delle finestre aveva scorto Luke che scendeva dal bus. Era rimasto piacevol­mente sorpreso: per la prima volta il suo pupillo faceva qualcosa d’inconsueto, dimo­strava iniziativa. Forse era maturo per la sua missione.


«Luke, sei un temerario come tua madre. Devi imparare a non correre rischi inutili.»


«Mia madre?!» esclamò il ragazzo «Che cosa sa di mia madre?!»


«La conoscevo, ma è morta da tanto tempo. Un agente del male e del vizio di nome Vaderetros Atana la tradì e la uccise...»


Il vecchio si perse nei suoi ricordi: aveva conosciuto la madre di Luke quando entram­bi studiavano alla J.D. University of Theology (Dagobah, USA) Lei si chiamava Anna Kinn. Ma dopo un anno la ragazza si era allontana­ta dalla fede, cercando affannosamente altre vie per completare la formazione della sua personalità.

Nonostante le esortazioni di Ben, Anna le aveva provate tutte, sposandosi anche con un commesso viaggiatore di passaggio, tale Skaiwalker, venditore di borse e valigie, che era sparito subito dopo la cerimonia. Anna aveva lasciato il figlio a Ben ed era diventata lottatrice di wrestling grazie alla sua imponente statura. Infine era scomparsa per tanti anni senza dare notizie.

Ben sapeva che dopo un periodo vera­mente squallido, lei aveva trovato la sua risposta in seguito all’incontro con il santone Pol Pettina e la sua setta esoterica. Questi l’aveva fatta cambiare di sesso per guarirla dai suoi complessi di statura. Anna, diventa­ta Dart Vaderetros Atana, aveva preso la laurea in legge per gestire l’impero economi­co di Pol Pettina. Adesso era il capo della casa cinematografica Empire, le cui produzioni dozzinali riempivano le casse della setta.





III

«Tua madre fu uccisa da un uomo infido e malvagio, un gigante nero, che è poi diven­tato il capo della Empire» disse il vecchio «ma prima di scomparire mi incaricò di darti questa da parte sua. Credo che sia venuto per te il momento di prendere il posto di Anna Kinn e di portare a termine la sua missione.»


Mentre parlava, Padre Ben estrasse da un armadio un oggetto lungo, somi­gliante ad una mazza di baseball rivestita di cuoio bianco. Lo fece svolazzare con la ma­estria del giocoliere, lo fece sparire quasi miracolosamente nell’ampia manica e dopo averlo estratto dal nascondiglio lo infilò in un astuccio leggero che allacciò all’avam­braccio sinistro del ragazzo. Luke lo guarda­va, esterrefatto.


«A che cosa serve?» chiese con rispetto­so stupore.


«E' un aiuto nella nostra missione» rispo­se il vecchio «e ti servirà se seguirai le vie della fede.»


«La fede in che cosa?» insistette Luke, che si sentiva perso in tutta quella retorica.


«La fede in quella forza che spinge l’uma­nità verso il progresso morale e la lotta contro le forze del male. Prima della tua nascita esisteva un gruppo di difensori del bene di cui tua madre, io e gli studenti della J.D. University facevamo parte. Ma il mago del Lato Oscuro, l’abominevole Pol Pettina, ci eliminò uno ad uno con il suo potere malefico.»


«Il capo della setta Illah Toskuro Dellah Horza?!» esclamò Luke, con un brivido.


«Non è soltanto un guru malefico» con­tinuò Ben, sempre più infervorato «è l’impe­ratore di una immensa organizzazione a delinquere. Il nostro mondo è arrivato all’ul­timo stadio della schiavitù del consumismo. Con gli spettacoli facili di cui Pol Pettina ha inondato il mercato, egli può manipolare la mente di milioni di spettatori. Li rende con­tenti, passivi, veri automi senza cervello che lo seguiranno ovunque al momento opportu­no.»


«La Empire è sua?» chiese Luke, che era sveglio per la sua età.


«La Empire, i locali notturni non solo di questa città, ma anche di tutto il paese, tutta l’industria del piacere e dell’evasione e pure molti quotidiani e due reti televisive.»

«Sembra la descrizione di Aristotele Skotos» pensò Luke «Che cosa c’entro io in questa lotta?»


Ben sembrò leggergli nella mente. Inter­ruppe il suo discorso per chiedere al ragaz­zo:


«Che cosa facevi a Jawas?»


«Ho scoperto un messaggio per un certo Obiuankenobi, ma mi è stato portato via per caso e sono venuto a riprenderlo nel negozio della Star Film Noleggi.»


«Obi Wan Kenobi? Che cosa diceva quel messaggio??» chiese Ben, mostrandosi im­provvisamente ansioso. Soltanto tre persone potevano ricordare quel soprannome.


Luke riferì esattamente il contenuto del messaggio e descrisse con entusiasmo la ragazza dello spezzone. Ben sembrò ancora più colpito.


«Sa di che cosa si tratta, vero?» disse Luke, leggendoglielo in viso.


«Si, certo. La ragazza deve essere Leia Organa, la figlia del re dei cartoni animati, Aldo Ran Organa.»


«E quel Obiuancoso?»


«Quello? Quello sono io. O piuttosto quello è uno pseudonimo con cui firmavo i miei programmi di computer all’università, J.D. O.B.1.K.no.B. Sono le lettere della mia stanza nel campus e quelle del mio nome. La ragazza ha bisogno di noi, Luke! Dobbiamo andare agli studi Organa!»


«Gli studi Organa?! Ma la cassetta era nel pacchetto della Empire!» protestò Luke.


Ben non lo stava a sentire. Si precipitò fuori di casa e imboccò alcune vie prima che il ragazzo lo raggiungesse sul viale maggio­re, l’unico posto dove osavano fermarsi i bus dalla città. -


In fondo al viale, di fronte ad una bettola dalle finestre grigie, aspettavano due taxi. Luke registrò mentalmente l’incongruenza della cosa: come potevano dei taxi sopravvi­vere in quel posto?


Ben sparì all’interno della bettola. Luke vi gettò uno sguardo, ma non se la sentì di entrare. Il vecchio stava parlando con un tipo duro, vestito di cuoio nero e stivali con le borchie. Portava, legato alla gamba, un pistolone luccicante da cowboy.


Luke lo trovò subito antipatico tanto più quando ne sentì la risata strascicata e beffar­da. Il buffone si rivelò come il proprietario del taxi più scassato dei due abbandonati davanti al locale. Il ragazzo non seguì Ben neanche quando questi si infilò nel retro del veicolo. Il tassista capì benissimo la ragione della sua esitazione. Tenne la portiera aper­ta in modo esageratamente rispettoso:


«Guarda, ragazzo, che questo è un si­gnor tassì. Ha fatto la strada dall’aeroporto a1la stazione in meno di ventisette minuti! dalla stazione centrale! All’ora di punta! Tutti conoscono il bolide di Gian Solo!»

Luke lo squadrò, disgustato.


«Ci porta gratis» disse Ben dall’interno della vettura. Luke entrò.


Anche all’interno il veicolo sembrava un relitto. Mentre il motore rombava in modo esasperato, Luke notò sul sedile anteriore vicino al conducente una specie di orsac­chiotto di peluche spelacchiato, alto circa un metro, seduto come un passeggero.


«Il mio socio, Ciuvi» lo presentò Solo, notando l’occhiata sprezzante del ragazzo. «E' un vuki. Siamo una squadra affiatata lui ed io. Non so cosa farei senza di lui.»


«Dove andiamo?» chiese Luke al vec­chio, ignorando del tutto il pagliaccio davan­ti a sé.


«Agli studi Organa, come ti ho detto. Devo chiedere al padre di Leia che cosa è

successo.»





IV

Trovarono gli studi Organa chiusi e pre­sidiati da una folla agitata di manifestanti. C’erano molti impiegati degli studio, tecni­ci e disegnatori, ma si vedevano in giro assembramenti di strani individui, che si distinguevano non soltanto per il loro modo di vestire vistoso e volgare, ma soprattutto per l’espressione truce dei visi.


«Gli scagnozzi di Vader!» esclamò Solo, accelerando per superare la folla eccitata. «Ciuvi, qua non abbiamo amici!»


«No! Ci fermiamo qui!» intimò Ben Nobby. L’autista non aveva l’intenzione di ob­bedire, ma un movimento ondeggiante della folla, come un tentacolo umano, lo obbligò a bloccare il suo mezzo. Quattro brutti ceffi si affacciarono ai finestrini per scrutare gli occupanti. Sghignazzarono alla vista del padre e del guidatore.


«Ma guarda un po’!» esclamò uno di loro «il pirata della strada e il predicatore della TV!»


La folla si fece più compatta attorno al tassì, inghiottendolo come un’enorme ameba. Luke si sentì soffocare, in trappola. Uno degli scagnozzi aprì la portiera dalla parte del volante e spinse Solo sull’altro sedile, addosso all’orsacchiotto, mentre un altro si infilava sul sedile posteriore, schiacciando Padre Ben contro Luke. Il secondo bullo pre­se a far girare attorno all’indice una pistola a canna doppia cortissima.


«Facciamo un giretto» disse con un sor­riso cattivo.


«No» rispose Padre Ben in modo altret­tanto deciso «Andiamo alla Empire.»


«Non ci state a fare niente» affermò lo scagnozzo al volante.


«Invece, ho un appuntamento con il mio amico Vaderetros Atana e non mi sembra che dovreste far aspettare il vostro capo.»


«Eccome no, nonno!» Nonostante il tono beffardo il nuovo autista ingranò la marcia e cominciò ad avanzare tra i gruppi di folla controllati dai sui accoliti.


«lo non sono atteso alla Empire!» disse Solo in tono petulante.


«E c’hai ragione!» sghignazzò il suo vici­no «Sarà una piacevole sorpresa per i miei amici. Questa volta, Solo, ti facciamo barba e capelli!»


La corsa proseguì nel silenzio cupo dei tre prigionieri, mentre i due compari conti­nuavano ad elencare i loro capi d’accusa contro Solo. Il tassista aveva più volte con­vinto ragazzine salite sul suo mezzo a non presentarsi agli studi per il solito provino bidone. Inoltre, troppe volte era stato intra­visto vicino ai magazzini della Empire con scatoloni che non aveva nessun diritto di portare via. Contrabbandiere, ficcanaso, la­dro... Gian Solo si era fatto una pessima reputazione con gli uomini di Vader.

Padre Ben, invece, era colpevole di aver tuonato sui giornali e in TV contro la casa cinematografica e la setta di PoI Pettina e di aver denunciato la loro nefasta influenza sul paese.


Poco prima di giungere agli studi neri, Luke venne fatto scendere e abbandonato in mezzo alla strada perché estraneo al contenzioso tra i suoi nuovi compagni e la Empire.

Ma Luke era proprio l’unico che voleva entrare nel territorio di Vaderetros per ritro­vare la fonte della cassetta misteriosa. Se, come sembrava credere Padre Ben, la ragaz­za si trovava negli studi del concorrente, Luke doveva andare a salvarla.

Mentre il tassì spariva oltre i cancelli, il ragazzo si avviò con passo sicuro verso l’edi­ficio centrale che si ergeva, scuro e minac­cioso, in mezzo agli hangar dei set e ai vari

magazzini. Nel cortile e nell’atrio vi era un andirivieni di gente di tutte le razze e di tutti

i tipi, molti in costume di scena o pesante­mente truccati. Le guardie si riconoscevano vicino all’entrata e agli ascensori, comunque non erano numerose. Luke si avvicinò ad una parete che mostrava una larga mappa del complesso “imperiale”.


Dove doveva andare? Dove si poteva tenere prigioniera una ragazza? Affidandosi alla fortuna il ragazzo imboccò un corridoio qualsiasi e scese la prima rampa di scale che

incontrò.





V

Oltre il cancello il tassì proseguì verso l’entrata dell’edificio principale e si fermò davanti all’atrio che Luke avrebbe raggiunto poco tempo dopo. Lì, Padre Nobby venne spinto fuori dalla macchina, mentre il suo accompagnatore continuava a maneggiare con fare disinvolto il suo giocattolino di morte.

«Rimanga nei paraggi» ordinò il vecchio a Gian Solo, prima di allontanarsi verso le grandi porte spalancate come fauci. La fac­cia di Solo espresse un misto di incredulità e di protesta, poi tornò alla solita maschera beffarda. Strinse saldamente il suo orsac­chiotto e affondò il viso nella sua pelliccia in un gesto puerile che fece alzare gli occhi al cielo al suo aguzzino.


La macchina stava svoltando in una via poco trafficata verso l’entrata dei garage sotterranei.


«Attento!» urlò Solo, indicando davanti a sé. In faccia all’autista allarmato e sorpreso arrivò una zampata villosa ma pesantissima, che poi colpì gli avambracci. Nello stesso tempo Solo premeva la frizione e il freno ausiliari nascosti sotto il tappetino di fronte. La macchina slittò e si bloccò prima di sbat­tere contro il muro di un hangar. Dopo un ultimo colpo sulla nuca dello scagnozzo che si teneva tra le mani il naso sanguinante, il tassista parcheggiò il suo mezzo alla meno peggio e si precipitò attraverso la prima porta aperta, trascinando il suo vuki nella fuga.

Che cosa intendeva quel matto di prete con “nei paraggi”? Per il momento si trovava vicino alle cucine del palazzo centrale. Deci­se di andare verso l’atrio, infilando la prima rampa di scale sulla sua strada.


«Che cosa ci fai tu qua?!» sbottò quando vide il pupillo di Padre Ben che gli piombava addosso senza averlo notato. Anche Luke rimase spiacevolmente sorpreso alla vista ­del tassista sbruffone con il suo orsacchiotto sotto braccio.


«Fatti miei!» replicò, cercando di passa­re oltre l’uomo.


«Invece no. Il vecchio ha detto a me di rimanere nelle vicinanze. A te, invece, non ha detto proprio niente. Dove stai andando? Padre Ben è su, al ventitreesimo piano, con il Signore Nero.»

«Non voglio Padre Ben” disse Luke, ten­tando di liberarsi dal seccatore «Cerco una ragazza prigioniera, Leia Organa.”


Probabilmente Padre Ben cercava la stes­sa cosa, rifletté Solo in fretta. La “Principes­sa”, come veniva chiamata da tutti, era molto in vista nell’ambiente del cinema e non solo in quello di animazione. Liberarla poteva significare farsi notare dalle persone giuste, forse anche ricevere una ricompensa dal padre della ragazza.


«Andiamo nei magazzini» decretò Solo «anzi negli archivi.»

Luke accettò, forse ricordando incon sciamente che l’uomo conosceva anche trop­po bene i magazzini della Empire.




Padre Nobby si liberò della sua guardia soltanto quando furono soli nell’ascensore, approfittando del momento in cui ci si guar­da stupidamente e in silenzio mentre l’appa­recchio si muove. Fissandolo negli occhi, Ben persuase l’uomo a farli salire all’ultimo piano. Lì la guardia uscì e andò a vagare sul terrazzo dell’edificio. Ben riprese tranquil­lamente l’ascensore e si fece trasportare nell’atrio.





VI

La “Principessa” Leia Organa, la migliore ambasciatrice della casa di suo padre, medi­tava cupamente in uno sgabuzzino del se­condo sotterraneo, pieno di casse vuote sco­pe e ragnatele. Era chiusa lì dentro dalla mattina, ma aveva passato la serata e la notte precedenti da prigioniera nell’ufficio di Vaderetros con una guardia in ogni angolo dopo che l’avevano riacciuffata nel set dove si era nascosta tutto il pomeriggio. L’aveva­no sorpresa nell’ufficio del capo con il dossier in mano alla fine della mattinata. Era riuscita a fuggire e a registrare un messaggio prima di essere ripresa e adesso si chiedeva perché si era cacciata in quella folle impresa per riprendere il dossier rubato la notte prece­dente dall’ufficio di suo padre. Dopo tutto esisteva una decina di copie della trama e dei contratti relativi al prossimo rivoluzionario lungometraggio della ditta Organa.

Ma non doveva trapelare niente della loro idea geniale. Il dossier conteneva tutti i particolari, tutte le scene e i dialoghi del film e avrebbe permesso all’ignobile casa scan­dalosa di produrne prima di loro una versio­ne sciatta e ridicola. L’idea sarebbe stata bruciata per sempre...

La porta si aprì. Un giovane rimase imbambolato a fissarla sen­za parlare.

«Uhé?!» esclamò la principessa per scuo­terlo «Giovanotto, prendi la tua scopa e smamma! Qua stai disturbando!»

Comunque lei si alzò di scatto e guizzò fuori dalla sua prigione, andando a sbattere contro un altro sconosciuto, un fusto tutto muscoli che, dopo una rapida occhiata, si rivelò un attore di film Western


«Non ha capito, signorina» disse il bambolone «siamo qua per liberarla. Padre Ben è su dal signor Vaderetros e noi dobbia­mo portarla via da qui in fretta!»

«Padre Nobby?! Dov’è? Andiamo da lui!»


«Spiacente, Principessa» disse il cowboy «ma il padre vuole che ce la svigniamo al più presto. Ci raggiungerà appena avrà detto al capo ciò che pensa di lui.»


Leia squadrò l’uomo mentre raccattava da terra un mucchio di peluche e se lo siste­mava sotto braccio. Ma Solo non le badava. Aveva sentito rumori e grida alle spalle e immaginava già il loro significato. La via più breve per la fuga era tagliata.


«Ragazzo!» disse in tono pressante.


I due giovani capirono al volo la situazione. Seguirono Solo nell’unica direzione opposta ai rumori ma trovarono alla fine un muro che bloccava la fuga.


«E adesso?» Si capiva chiaramente dal­l’espressione della ragazza che si chiedeva con quale razza di sprovveduti era capitata. Anzi, non si fece scrupolo di esprimere in termini abbastanza forti quanto disapprova­va ciò che riteneva l’operazione di salvatag­gio più ridicola della storia.

Decise di prendere le redini della situa­zione. Dopo aver lanciato un’occhiata rapida alle porte lungo il corridoio ancora vuoto spinse i suoi “salvatori” all’interno di un magazzino e richiuse saldamente la porta alle sue spalle.


«Non funzionerà» borbottò Solo «Appe­na troveranno il muro, cominceranno ad aprire tutte le porte. Non è un buon nascon­diglio.»


Sentirono i passi in corsa e le grida delle guardie che passavano davanti alla porta.


«E chi ha detto che ci nascondiamo qui?» rispose la ragazza in tono sprezzante.


Aprì la porta appena i rumori indicarono che le guardie erano oltre l’angolo. Si precipitò nella direzione opposta,. osservando ancora le porte lungo il passaggio finché non trovò ciò che cercava. Rivolse ai due maschi un sorriso di trionfo. Luke la raggiunse con gli occhi lucidi per l’ammirazione. Solo arrivò, trasci­nando i piedi e il suo vuki, sempre più esa­sperato. Di nuovo vennero spinti in un inter­no buio il cui pavimento iniziò a muoversi proprio quando il tassista cominciava a pro­testare a voce alta:


«Che diavolo?!» La sorpresa gli chiuse la bocca.


«E' un ascensore di servizio. Dovrebbe portarci alle sale di montaggio.»


«E che ci andiamo a fare?»


«Ci togliamo di qua. Se ha un’idea mi­gliore, caro il mio uomo» gli gridò la ragazza in faccia «la esprima in fretta. Io dico che la prima cosa da fare è uscire da questa trappo­la in cui mi avete cacciata.»


«Noi?! ma se siamo venuti per...»


La piattaforma mobile si fermò con uno scossone. Le porte scorrevoli cominciarono ad aprirsi. Diverse figure in uniforme grigia si spinsero per passare nell’apertura. Solo afferrò una gamba e un braccio del suo vuki e ne sbatté il corpo contro la prima guardia. Questa cadde all’indietro, intralciando i com­pagni. Nel frattempo Leia aveva schiacciato il pulsante dello stop, bloccando le porte nel loro movimento di apertura. Dopo un altro pugno sul pulsante della discesa le porte si richiusero.


«Beh?» chiese Solo, dopo che la ragazza ebbe bloccato l’ascensore tra due piani.


«Non c’è scampo da questa parte» arn­mise la ragazza con un sospiro stanco. Per lasciarsi un po’ di tempo per pensare allungò la mano e toccò il corpo del vuki. Si rese conto che il giocattolo aveva una struttura d’acciaio sotto l’ingannevole rivestimento peloso. «Però!» esclamò, guardando con nuo­vo rispetto il proprietario. In realtà, questi aveva un fisico niente male e il suo sorriso era affascinante. Con un tono meno secco espose l’idea che le era venuta:


«Questo montacarichi ha solo due fer­mate e sono bloccate. Però in quelli della Organa...»


Premette un altro pulsante. Una botola si aprì nel pavimento, lasciando uno spazio di appena quaranta centimetri attorno per i passeggeri. Luke scivolò giù con un urlo di sgomento. Solo si afferrò allo scorrimano lungo la parete della cabina.


«Che trappola ha trovato adesso» abba­iò, furioso. Si sporse un po’ per guardare giù ma c’era buio pesto.


Sopra il soffitto si sentirono dei tonfi seguiti da colpi fortissimi. Le guardie si era­no calate sul tetto e cercavano di sfondarlo. Leia premette in rapida successione il pul­sante della salita, quello dello stop e quello della discesa. Ci fu un parapiglia rumoroso sopra le loro teste. L’ascensore giunse alla fine della discesa.


«Giù!» ordinò Leia. Lei manteneva pre­muto il pulsante che bloccava l’apertura delle porte. «Giù!» ripeté vedendo Solo esitare. «Non ha niente da perdere.»


Solo si fermò a guardarla:


«Si metta da parte» disse perentoria­mente. Teneva in mano un braccio del vuki. Leia lo fissò furibonda.


«Non vede che non posso?»


«Abbi fede, sorella!»


Solo premette l’estremità della zampa di peluche sul qua­dro dei pulsante. Un piccolo lampo accom­pagnò la fusione dei comandi. La cabina cadde in discesa libera per mezzo metro e si bloccò di scatto. I due persero l’equilibrio e caddero in un condotto diagonale, liscio ma ripido, che portava in una fossa buia, piena di pellicole e altri scarti di carta e di plastica. Si ritrovarono quasi sommersi in quel mare asciutto, senza punti d’appoggio. A mezza altezza Luke era aggrappato all’orlo dell’aper­tura di un altro condotto e quando sentì il loro arrivo mandò un richiamo che spinse gli altri a nuotare goffamente verso di lui. Si issarono nel condotto, giungendo al fondo della tromba di un altro ascensore. Degli. scalini di metallo permettevano di arrivare alla porta del primo sotterraneo. Mentre strisciavano fuori dal buio, sentirono un tonfo agghiacciante sotto i piedi.


«Le porte isolanti per l’incenerimento dei rifiuti» spiegò Leia con un brivido «Andiamocene di qua, per carità.»


«So dove siamo» disse Solo «Seguitemi!»


Li guidò all’aperto e questa volta la princi­pessa non protestò, anche perché Luke ave­va già obbedito. Lì, in fondo, si vedeva il tassì giallastro, abbandonato vicino ad un set.


«E’ venuto con quello?» disse la princi­pessa «Ha più coraggio di quanto pensassi!»


L’uomo la fulrninò con lo sguardo. Dalle finestre del terzo piano si affacciarono di­verse figure di guardie che chiamarono ru­morosamente altri compagni. I tre fuggitivi iniziarono a correre lungo i muri e saltarono nel tassì alla rinfusa. Il motore stava ancora girando.


«Accidenti!» pensò Solo, calcolando il consumo di benzina. Ingranò la marcia in­dietro e con una ardita manovra si ritrovò nel senso del traffico di uscita, diretto verso i cancelli degli studio.


Arrivati sul piazzale, Luke scorse la fi­gura di Padre Ben sui gradini di marmo nero, davanti alle porte del palazzo principale. Sembrava un lord inglese che aspettasse la sua limousine per andare al club. Anche Gian lo vide e cambiò direzione per andare a prenderlo.

In quel momento uscirono dalle porte alcune guardie che accompagnavano un gi­gante nero dall’espressione furiosa.

Accerchiarono il prete, facendolo quasi scomparire alla vista dei passanti. Il vecchio fece cenno verso il tassì per ordinargli di allontanarsi senza indugio e tornò all’inter­no senza opporre resistenza.


«Ben!» urlò Luke «Fermati Gian!»


«Non rendere vano il suo gesto» disse Leia «Basta avvertire la stampa e lo rilasce­ranno subito.»


In effetti Ben li raggiunse al telefono la sera stessa. Non rivelò ciò che lui e Vaderetros si erano detti, ma ormai si sentiva che non temeva più niente da nessuno. Volle parlare soltanto a Luke e gli promise il suo aiuto ogni volta che ne avrebbe avuto bisogno. Bastava chiamarlo, lui si sarebbe fatto sentire.


Lo sciopero che la Empire aveva cercato di fomentare per distruggere gli studi Organa rientrò appena gli agitatori di Vaderetros furono richiamati. Però questi riuscirono ad appiccare il fuoco in un hangar durante la notte, anche se questo non si propagò come speravano. In risposta, l’indomani, la fami­glia Organa e i suoi nuovi aiutanti scatenaro­no l’offensiva.

La sede della Empire era a prova di un attacco in massa, ma i suoi capi non avevano. previsto un attacco “polverizzato”. La mag­gior parte dei dipendenti del padre di Leia si infiltrò alla spicciolata nel grattacielo e nei suoi hangar. In ogni ambiente riuscirono in un modo o nell’altro a combinare qualche piccolo guaio. Negli uffici sabotarono gli apparecchi elettronici, nei set strapparono dei fili, nei magazzini tolsero quasi tutte le etichette. In un’ora avevano mandato in tilt l’organizzazione del complesso.


Luke, guidato dalla voce di Ben con l’aiuto di un telefono portatile, riuscì a colpire a morte il computer di Vaderetros, sfuggendo alla cattura grazie all’intervento inatteso del tas­sista eccentrico.

A tutta prima Gian Solo aveva rifiutato di lasciarsi coinvolgere nell’impresa, dopo si era invece introdotto nel palazzo per conto suo. Stese a terra il gigante nero con l’aiuto del suo fedele vuki, mentre l’ornone cercava di ipnotizzare Luke con la forza della sua mente. Dopo questa sconfitta il tirapiedi di Pol Pettina scomparve misteriosamente dalla scena per almeno un anno.


La vittoria del bene sulla prepotenza e lo squallore permise ai cittadini di vedere spet­tacoli più sani per un po’ di tempo e di ricominciare a usare l’intelligenza persona­le. Ma l’impero di Pol Pettina non era sconfit­to. L’imperatore aveva perso soltanto una delle sue armi per affermare il suo dominio. Gli rimanevano ancora i giri del vizio e la sua setta religiosa che continuava a fare proseliti (distribuendo riviste giovanili e fanzine gratuitamen­te). Su queste egli contava per stabilire definitivamente il suo potere sul mondo.





VII

«Non è male la tua storia, Obi Wan» disse Lucas al suo amico «ma non si può pubblica­re così. Bisogna aggiustarla un po’. Lascia fare a me.»




THE END






Text and images provided by
Nelly Wheeler
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