Dei come loro
(Gods like them)
by Antonio Porcu “Delvan”
racconto ispirato alla saga di Stargate-SG1
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Essi verranno. Io lo so. Da infinite generazioni il mio popolo li aspetta, ed il momento è vicino. Gli dei torneranno fra noi, ed io, il Sommo Sacerdote, diretto discendente del Primo Sacerdote, sarò qui, pronto ad accoglierli come si conviene al loro rango.
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All'alba dei tempi nulla eravamo, se non poveri selvaggi ignoranti che vagavano per la prateria. Misera era la nostra esistenza, e nessun desiderio coltivavamo, se non quello di soddisfare i bisogni più primordiali: trovar riparo dal sole e dalla pioggia, nutrirci, accoppiarci.
L'alternarsi del giorno e della notte e il susseguirsi delle stagioni non ci interessavano, a stento notavamo le piccole luci che punteggiavano il cielo notturno, senza peraltro attribuir loro grande importanza.
Nessun significato aveva per noi il grande anello, né ci interessava apprenderne le caratteristiche e lo scopo. Ignoravamo chi l'avesse costruito, anzi, ignoravamo persino che fosse un manufatto. Una roccia dalla forma un po' strana, null'altro essa appariva ai nostri occhi.
Tale era la nostra preistoria.
Ma un giorno, mentre il sole prendeva congedo dietro l'orizzonte, gli antenati dei miei antenati poterono assistere ad un evento prodigioso, destinato a cambiare per sempre, nel bene e nel male, il nostro fato.
Il grande anello, dopo ere di silenzio, si illuminò di un bagliore accecante, ed un gran fragore ne scaturì, mentre il cielo stesso parve incurvarsi, passare attraverso di esso e prorompere davanti a noi con la forza di mille tempeste. Terribile era lo spettacolo e grande meraviglia e timore destò al contempo.
Quando il prodigio calmò la propria furia, rimase il bagliore, appena attenuato, a riempire il grande anello, e da esso emersero lentamente quattro magnifiche figure, che torreggiavano maestose sopra ogni cosa.
Gli dei erano arrivati.
Il mio popolo era ancora troppo stupido ed ignorante per sperare di comprendere un simile evento, così tutti cominciarono a fuggire a precipizio, terrorizzati e confusi, disperdendosi in tutte le direzioni.
Solo uno non fuggì. Il capostipite della mia dinastia, che si trovava più vicino di tutti al grande anello, per coraggio, o forse solo per l'incoscienza dettata dalla sua giovane età, rimase.
Allora la più potente fra gli dei dell'anello si accorse di lui e lo fissò, incuriosita. Stesa la sua benevola mano, lo toccò, e da quel momento egli le appartenne per la vita.
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Gli dei sembravano assai incuriositi dal nostro mondo, che osservavano con grande attenzione, raccogliendo campioni da ogni pianta, come pure dalle rocce, dall'acqua e dal terreno. Con la loro magia, costruirono in meno di trenta tramonti una grande tana, simile a quelle che fanno le termiti, ma molte volte più grande, dalle pareti metalliche, ben levigate, sulle quali spesso tracciavano i segni della loro lingua.
La dea sovrana prese in simpatia il mio antenato, trovandolo bello. In verità egli era ritenuto tale presso la nostra gente: uno dei giovani più belli della comunità, non c'era femmina che non lo desiderasse. Naturalmente la dea non era attratta da lui in quel senso, cionondimeno lo trovava bello a vedersi e piacevole da tenere presso di sé.
Lo sistemò in una piccola casa tutta per lui, all'interno della dimora degli dei, le cui pareti non erano fatte di metallo, bensì di vetro, in modo da permettergli di vedere attorno. Ed egli gioiva delle mille luci colorate e delle altre meraviglie della casa degli dei. Spesso, essi si affaccendavano attorno a lui e lo ammiravano, ed in abbondanza gli davano da mangiare cose buone, dai colori, profumi e sapori quali egli non aveva mai conosciuto, ed intrattenevano con lui giochi sempre nuovi, affinché potesse svagarsi. Ed egli tutto s'inorgogliva di tali attenzioni, che ingenuamente attribuiva solo alla propria bellezza estetica ed al carattere dolce e socievole. Non poteva ancora immaginare, a quell'epoca, lo straordinario dono che gli dei si accingevano a fargli: quello dell'intelligenza e della sapienza.
I buoni cibi che gli venivano offerti, e parte dei giochi, infatti, avevano lo scopo di far evolvere la sua mente primitiva verso un rango superiore. Gli dei facevano tutto ciò affinché lui fosse in grado di comprendere la loro lingua, allo scopo di servirli meglio.
Ben presto, il mio antenato cominciò ad avere consapevolezza di se stesso, e del mondo attorno a lui, e degli dei. E con essi cercò di comunicare, di far loro capire che ora non era più un primitivo, e poteva imparare a comprenderli. E vide che grande era il loro stupore dinanzi all'evento, pari solo alla loro gioia. E il mio antenato gioì e si commosse con loro.
Fu allora che la dea sovrana gli rivelò il proprio nome: Nirti si chiamava. Ed impose a lui il suo: Ha'ruk, che significa “il prescelto”.
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Quello fu il periodo più bello per la nostra gente. Una volta messe a punto le procedure che aveva sperimentato con Ha'ruk, la dea sovrana Nirti volle generosamente concedere il dono dell'intelligenza anche al resto del mio popolo. Ordinò quindi agli dei gregari di prelevare un gran numero di giovani della tribù e di sottoporli allo stesso trattamento. Certo, all'inizio i miei simili erano ignari dei benefici che li attendevano, e colmi di timore piangevano e si disperavano. Allora la dea sovrana si rivolse al mio avo, perché li tranquillizzasse e facesse loro comprendere quali vantaggi il fato aveva in serbo per loro. I giovani della tribù, pur non comprendendo quasi nulla di ciò che il mio avo cercava di spiegar loro, decisero che comunque era il caso di fidarsi di lui, e lo acclamarono loro capo e guida, nonché portavoce presso gli dei sovrani. Ed ecco che ben presto, grazie alla magia della dea, anche loro ebbero consapevolezza di sé ed in letizia cominciarono ad apprendere molte cose, e desiderosi erano di apprenderne molte altre, per poter meglio lodare e servire gli dei sovrani ed in tal modo ripagarli della loro benevolenza.
Ma quell'epoca di splendore ed armonia non era destinata a durare a lungo.
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Venne un triste giorno. La dea sovrana, solitamente di buon umore con tutti e sempre desiderosa di intrattenersi in giochi col mio avo e gli altri eletti della tribù, all'improvviso si rabbuiò. Fu vista spesso camminare pensierosa, e discutere fitto fitto con gli dei gregari. Parlavano molto stretto e veloce, usando molte parole sconosciute, e guardavano le pareti luminose, su cui comparivano arcane immagini in movimento miste a segni della loro lingua, e tutti sembravano assai preoccupati. Con sconcerto, parve al mio avo di capire che gli dei temessero l'avvento di un grande nemico, proveniente dalle lontane stelle. Ma com'era possibile che esistesse nel cosmo qualcosa di più potente degli dei sovrani?
La dea stessa ne diede annuncio il giorno dopo. Un dio malvagio di nome Yu, nemico giurato della dea Nirti e di null'altro bramoso se non di distruggere ciò che lei costruiva, si stava preparando in gran segreto ad attaccare uno dei suoi mondi, ed all'uopo stava radunando moltitudini di guerrieri e potenti armi. Un alleato della dea, venuto a conoscenza del piano, l'aveva messa sull'avviso.
La dea annunciò cupa che doveva lasciare il mio popolo, per andare in soccorso di quel lontano mondo in pericolo ed organizzarne le difese contro la minaccia del perfido Yu. Il mio avo si rattristò alquanto, poiché non voleva perdere i suoi favori, né aveva desiderio alcuno di inselvatichire e tornare alla miseranda vita che la nostra gente conduceva prima dell'avvento degli dei.
Allora la dea parlò e comandò. Nominò Ha'ruk suo Sommo Sacerdote e Reggente su questo mondo, perché tramandasse il culto ed avesse cura della casa degli dei e vegliasse il sacro anello, in attesa del ritorno degli dei sovrani. Esso non sarebbe avvenuto nel tempo di Ha'ruk, né in quello dei suoi discendenti, per molte generazioni, poiché gli dei sono immortali, e la guerra poteva durare secoli.
Ma un giorno ella ritornerà e ci giudicherà, e se ci saremo mostrati degni, allora completerà la nostra formazione. Avremo accesso a tutta la conoscenza, ed evolveremo allo stadio finale in mente e corpo. Lasceremo la servitù della terra ed assurgeremo al loro stesso rango, per servirli compiutamente e degnamente. Diverremo dei come loro.
Così comandò Nirti, la dea sovrana.
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Qui si conclude il racconto del mio avo Ha'ruk, il Primo Sacerdote. Innumerevoli migliaia di tramonti sono passati da quell'epoca, e le generazioni si sono succedute alle generazioni, tramandando il culto e la tradizione, con pazienza e devozione, nell'attesa del ritorno dei nostri dei.
Ora il momento tanto agognato pare finalmente giunto.
Circa un'ora fa, al crepuscolo, alcune guardie assonnate affermano di essere state svegliate di soprassalto da un rombo di tuono. Con loro grande sorpresa, hanno visto il grande anello prendere vita ed il cielo passarvi attraverso, come dice la tradizione. E raccontano che un grande uccello rapace ne è emerso e si è involato alto fra le nubi, veloce come il vento. Presi dal panico, sono scappati via a gambe levate, urlando come ossessi. Quando io e gli anziani siamo accorsi, di gran carriera, il grande anello era inerte e non abbiamo trovato nessuno. Tuttavia il metallo era ancora caldo al tatto, quindi il racconto dei giovani doveva essere veritiero.
Una delle guardie, tremando come una foglia, mi domanda perché gli dei non si sono fatti vedere. Giovane stolto... gli rispondo solo per educazione. Mi pare ovvio: gli dei gregari, prevedendo di cogliere le nostre guardie impreparate, hanno pensato bene di mandare un preavviso. Così hanno attivato il sacro anello dal loro lato solo per qualche istante, per richiamare la nostra attenzione. In tal modo, saranno sicuri di trovare degna accoglienza per la dea sovrana al loro vero arrivo, che sarà fra poco. Quanto al fantomatico uccello che quegli sciocchi asseriscono di aver visto (ammesso che non si fossero ubriacati di succo di Qab), ebbene, non ci trovo nulla di strano: l'avranno inviato come araldo, per convincere anche i più duri di comprendonio. Basta, abbiamo perso fin troppo tempo in chiacchiere. Ordino ai soldati di chiamare a raccolta tutta la nostra gente. Voglio che il nostro popolo al gran completo onori il ritorno degli dei come si conviene!
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Sono passate poco meno di tre ore da che le guardie hanno visto accendersi il grande anello. Anche gli ultimi ritardatari dovrebbero essere arrivati. Il capitano della milizia ha riferito che non c'è rimasto più nessuno al villaggio. La folla è quella delle grandi occasioni e l'emozione generale è palpabile. Tutti discutono animatamente, molti pregano, alcuni imbonitori organizzano giochi e spettacoli e qua e là spunta persino qualche piccolo tafferuglio. I miliziani hanno il loro bel daffare a mantenere l'ordine pubblico. Gli Anziani del Consiglio ed io ci posizioniamo con solennità proprio davanti all'anello. Dobbiamo essere i primi che gli dei incontreranno al loro arrivo.
Nell'attesa, discettiamo fra di noi delle loro reali fattezze. La leggenda riporta con certezza solo il loro numero ed il sesso: la dea sovrana Nirti era accompagnata da tre gregari maschi. Molti dettagli, purtroppo, sono andati perduti col tempo. Sull'argomento sono sorte fra i saggi varie scuole di pensiero, ma personalmente non aderisco a nessuna di esse.
All'improvviso, un boato giunge dalla folla. Ci voltiamo tutti di scatto verso l'anello, col cuore in gola... Sì!! Si sta accendendo!!
Uno dopo l'altro, gli elementi della cornice si illuminano di calda luce vermiglia, mentre l'anello interno scorre impetuoso dentro quello esterno, con un sordo rumore metallico, proprio come dice la leggenda! Ed ecco che il cielo stesso si contorce, ed in un accecante lampo azzurro passa come un fiume in piena attraverso l'anello, in un fragore di tuono! Tutti si gettano a terra strillando di paura. L'emozione mi blocca il respiro, e fatico a contenere la gioia che mi esplode nel cuore.
Oh, dei sovrani! Venite fra il vostro popolo eletto!
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Eccoli! Tre grandiose figure emergono lentamente dal cerchio di luce che riempie l'anello, disponendosi in riga davanti ad esso. Ed infine una quarta, di corporatura più esile e dalle movenze aggraziate, si posiziona in mezzo a loro. Una femmina senza dubbio, accompagnata da tre maschi, proprio come dice la leggenda.
La dea Nirti ed i suoi gregari, dopo secoli di assenza, sono di nuovo tra noi!
Sento i miei simili che, in preda a sacro timore reverenziale, indietreggiano istintivamente di qualche passo. E' comprensibile, ma confido nella disciplina della milizia per evitare scene di panico. Non voglio fare brutta figura con gli dei.
Gli Anziani del Consiglio sono come paralizzati, ma almeno io devo scuotermi. Sono il Sommo Sacerdote, devo essere io ad accoglierli nella nostra epoca. Col cuore a mille, mi forzo ad avanzare di qualche passo.
Ma... sì! La dea si è accorta di me, mi ha visto, e mi indica ai suoi gregari! Ed ecco che il dio gregario più vicino mi guarda a sua volta, e... lentamente... si protende verso di me!
Oh, dei! Saremo stati noi bravi e diligenti nei compiti che ci assegnaste all'alba dei tempi? Per secoli abbiamo curato la vostra casa, difendendola dalla giungla e dalle bestie, e mantenuto devoti il vostro culto e le tradizioni, e seguito con scrupolo i vostri precetti. Ed io, vostro Sommo Sacerdote per discendenza, saprò essere ai vostri occhi degno come lo fu il mio avo Ha'ruk, che fu il primo ed il vostro prediletto fra le moltitudini? Potenti dei, vi abbiamo servito bene e fatto del nostro meglio perché siate contenti di noi. Continuate dunque a benvolerci e ad elargirci i vostri doni celesti, affinché tutto il cosmo canti le vostre lodi ed in ogni mondo si sappia che nessuno è più buono e generoso di vo...
...SCRONCH!!
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“Jack, perdìo! Dovevi proprio pestare quel... quell'essere?! Insomma, dico, che orrore!!”
“Hai ragione, era un orrore, ecco perché l'ho pestato, Daniel bello. Ti metterai mica a fare l'animalista-politicamente-corretto per uno scarafaggio?”
“Si tratta di uno scarabeo, O'Neill. Un animale sacro, per i Goa'uld, e anche per noi Jaffa!”
“Ah, sì? Bene, un motivo in più per farlo fuori, allora! E dimmi, Teal'c, voi Jaffa che fate quando uno scarabeo giallo-oro, grosso come uno scoiattolo, si avvicina troppo ai vostri stivali?”
“Umpf!... a noi Jaffa non oserebbero fare nulla, O'Neill”
“Basta così. Siamo qui per fare un lavoro per lo Zio Sam. Statemi tutti bene a sentire: dobbiamo impossessarci di quella base scientifica di Nirti abbandonata dal XIII secolo di cui ci hanno parlato i Tok'ra, e trovare e liberare i discendenti dei suoi schiavi, se ce ne sono ancora. Il ricognitore aereo telecomandato che abbiamo mandato tre ore fa ha trovato la base ma non ha segnalato forme di vita umanoidi nel suo raggio d'azione. Ma non significa nulla, potrebbero vivere sulle colline oltre la foresta, quindi ora entriamo in scena noi”
“Scusate, ragazzi, non vorrei fare la rompiscatole, ma avete notato quanti ce ne sono di questi insetti giganti qua attorno? Sono migliaia. Che schifo... Scusami, Teal'c, ma io li odio proprio, gli scarafaggi, è più forte di me. Guardate come fuggono... sembrava quasi che ci stessero aspettando. La cosa non mi piace per niente. Sarà bene avvertire il Generale Hammond”
“Affermativo, Sam. Richiedi una squadra di disinfestazione ambientale e che si portino dietro una bella scorta di nervino. Sarà bene sterminare completamente quelle bestiacce prima di portare qui degli scienziati. Se ci sono rogne che voglio evitare, sono quelle di carattere sanitario. Daniel, butta via quella roba”
“Ma... Jack! Sam! Teal'c! Guardate lo strano fregio che ha sulla schiena. Potrei giurare che si tratta di una forma arcaica del simbolo di Nirti. Anche gli altri insetti ce l'hanno, pur se di diverso colore, vedete? Non è interessante? Potrebbe significare che...”
“Che quella pazza vanagloriosa di Nirti gliel'ha stampato sopra ottocento anni fa, per gioco. Ma dai, Daniel!! Non penserai davvero che quell'esaltata si metterebbe ad allevare degli scarafaggi per farne dei Jaffa, no?! I Goa'uld non considerano loro simili gli umani, figurati degli insetti! Sii serio, una volta tanto...”
“Ah, sì? E come spieghi che stavano tutti lì ad aspettarci, allora?”
“Li avrà attirati la luce dello Stargate, come le falene. Hai letto troppi fumetti, Danny boy. Gli insetti intelligenti non esistono, fattene una ragione”
“Chissà...”
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Misteriosi sono gli dei sovrani ed arcane appaiono le loro azioni agli occhi dei mortali. Non sappiamo perché essi si siano rivoltati contro il nostro popolo e ne abbiano decretato la fine col veleno che distrugge il cervello. Ignoto ci è il peccato che abbiamo commesso per essere puniti con tanta furia.
Lasciamo questo scritto come monito alle civiltà che verranno dopo la nostra, se mai ve ne saranno. Mai voglia il fato renderle invise agli Dei Sovrani, poiché inesorabili essi sono, e laddove dapprima gioiosi recano la vita, a loro capriccio infine terribili seminano la morte!
THE END
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