«Non si può apprezzare Shakespeare
se non lo si è letto in... Romulano»

I tragici amanti di V'Ronah
di Uilah R'Tanet n'Ehhlih

     Stranamente, ogni cultura sembra avere nella sua storia l'esempio di una coppia di giovanissimi amanti, appartenenti a campi nemici, che superarono l'odio delle loro famiglie e finirono tragicamente. I Romulani ricordano le figure di Mon Tek Rom e di K'Plet Ju-l'iet dell'antica città di V'Ronah.

     Nei tempi antichi, prima del trattato di Portora, i Romulani non vivevano in pace tra loro. Non erano uniti da un solo grande ideale, quello della Strada delle Stelle. Allora città-stato contro città-stato, tribù libere contro altre tribù rivali e famiglia contro famiglia lottavano costantemente per accaparrarsi qualche pezzo in più della povera terra che li doveva sostentare. Non si trattava soltanto di sopravvivenza, ma anche di quella sete di potere, di quella necessità di dominare sugli altri che, più tardi, avrebbe trovato un sublimazione nella fede comune nell'Impero.
     Però la città di V'Ronah non partecipava attivamente alle lotte tra fazioni, sia perché non era abbastanza importante da far gola ai predoni, sia perché era già stata conquistata dalla potente città di Kanassarum, che la proteggeva, in un certo senso. Ma la ragione profonda era che la città era dilaniata da una guerra interna che la indeboliva irrimediabilmente.
     Due famiglie accanitamente nemiche, i K'Plet e i Mon Tek, si odiavano da tempi immemorabili. Quale fosse l'origine della loro rivalità non era più noto ai cittadini di V'Ronah, ma tutti sapevano che il dissidio tra il vecchio commerciante K'Plet e il ricco possidente Mon Tek era insanabile.
     Quando i membri e i servitori di queste famiglie si incontravano nelle strade della città scoppiavano sempre dei disordini. Allora V'Ronah era sconvolta da battaglie diffuse, in cui gli abitanti parteggiavano per l'uno o per l'altro, tutti contro tutti armati.
     L'erede dei Mon Tek era un giovane sognatore, più amante della poesia e dell'amore che delle armi o degli affari del padre. Si teneva abbastanza lontano dagli scontri cittadini perché il fascino della natura lo chiamava spesso nelle campagne della sua famiglia. Rientrava in città solo al tramonto per le serenate sotto i balconi delle belle che via via infiammavano il suo cuore di poeta e di musicista.
     Gli amici, i parenti e specialmente i genitori, lo lasciavano fare, indulgenti, perché Rom era molto giovane, un bravo ragazzo, ed era meglio un erede sognatore vivo di un acceso difensore dell'onore familiare morto.
     Nella famiglia K'Plet, invece, il figlio, T'Balt, aveva un caldo temperamento e cercava ogni occasione per dimostrare con le armi il suo coraggio e la sua superiorità. Sua sorella, Ju-l'iet, era poco più che una bambina, ma era la gioia e l'orgoglio del loro padre. Era saggia, colta, bella, coraggiosa, un gioiello, già chiesta come futura compagna dagli eredi delle migliori famiglie di V'Ronah.
     Per dare a Ju-l'iet, l'occasione di incontrare una buona parte dei suoi pretendenti i K'Plet decisero di organizzare una festa con un gran banchetto seguito da spettacoli con giocolieri e attori e da una gara di poesia. La festa avrebbe dovuto durare, come d'uso, parecchi giorni.
     Dato che era un bravo poeta, Mon Tek Rom decise di partecipare alla gara, nonostante il luogo in cui si sarebbe tenuta.

     "Chi è quel poeta così giovane e carino?" chiese la moglie del vecchio K'Plet al marito.
     L'anziano commerciante le pose dolcemente la mano sul braccio per prevenire un suo eventuale motto di sorpresa, mentre rispondeva a voce bassa: "Mon Tek Rom." Le fece anche segno di non rispondere subito. "La sua qualità di poeta gli apre tutte le porte, lo sai, e gli garantisce l'incolumità. Inoltre, so che è un giovane garbato e senza cattiveria. Non provocherà alcuno scompiglio ed è venuto solo e senza armi."
     "Mi piace il suo stile," disse la signora. "Spero che vincerà."
     "Non credo che vincerà. Le sue opere sono troppo delicate e ancora un po' ingenue. Credo che vincerà il bardo H'Mlet."
     Il loro figlio si avvicinò, bollente di furore. Si capiva benissimo qual era l'oggetto della sua ira, perché volgeva gli occhi alternativamente dai genitori al palco sul quale si esibiva il giovane Mon Tek. Il padre lo zittì prima che potesse aprire bocca:
     "Qua dentro non deve succedere niente, T'Balt, hai capito?" disse in tono duro. "Il ragazzo è protetto dalle leggi dell'ospitalità e ci sta anche offrendo della bella poesia."
     "Poesia smidollata!" ringhiò T'Balt "Questo bamboccio ci sta provocando, padre. Domani tutta la città riderà di noi."
     "Meglio questo che l'infamia di aver trattato male un poeta e un ospite! Se non puoi stare nella stessa stanza, vattene nelle sale dove si balla o fai una passeggiata in giardino. Non far vedere in giro quel tuo viso sconvolto, T'Balt, ti avverto."
     Il tono del padre era inequivocabile. Il giovane se ne andò, ancora più furente di prima.
     Mon Tek Rom non vinse la gara, ma la sua arte sognante e il suo aspetto nobile gli vinsero il cuore della giovane K'Plet Ju-l'iet. Quando lei lo avvicinò alla fine della premiazione anche il ragazzo rimase affascinato dalla dolcezza e dalla bellezza della fanciulla. Che delusione, che dolore, quando seppero chi erano i loro rispettivi genitori! Che lacrime amare e quante esitazioni! Vivere anni sapendo per certo che esistono nella tua città dei nemici irriducibili della tua famiglia, il fulcro di tutte le bassezze, di tutte le nefandezze del mondo e scoprire d'un colpo che questi mostri s'incarnano in tanta dolcezza e in tanto fascino... Né Rom né Ju-l'iet poterono accettare un tale paradosso.
     "Ci uniremo!" decisero. "Il nostro legame sigillerà una nuova era di pace."
     Si sposarono segretamente nel santuario della casa dei Mon Tek, davanti ai Grandi Fratelli. Avevano pensato di fuggire dalla città, lontani dalle tradizionali rivalità. Invece si resero conto che non avrebbero trovato la pace da nessuna parte. Inoltre, il loro senso del dovere, già tanto sviluppato nel popolo romulano fin dai primi tempi, imponeva ai giovani di affrontare le conseguenze delle loro scelte.

     Il destino avverso, la cattiva fortuna, che spesso si accanisce sugli uomini e che controlla anche i Grandi Fratelli, decise di colpire i due ragazzi: K'Plet T'Balt cercò Rom per vendicarsi dell'oltraggio recato alla sua famiglia. Nonostante gli sforzi di Rom per non rispondere alle provocazioni del suo ignaro cognato, il loro incontro si risolse con un duello all'ultimo sangue, dopo che T'Balt ebbe ucciso il migliore amico del Mon Tek. L'erede K'Plet perse la vita, ma Rom fu soltanto condannato all'esilio, perché l'amico ucciso da T'Balt era un parente del Princeps della città. Rom lasciò la città.

     Dopo alcune settimane, i genitori di T'Balt decisero di cercarsi un nuovo erede e di unirlo a Ju-l'iet prima della fine della stagione. La fanciulla aveva aspettato in silenzio che il tempo lenisse il dolore della sua famiglia, anche in considerazione del grave torto recato al Princeps. Sperava anche che il suo giovane marito si facesse valere a Kanassarum e tornasse ricco e famoso per reclamare la sua sposa.
     Messa alle strette dall'intento ferreo del padre di celebrare l'unione in tempi brevissimi, Ju-l'iet decise di rivelare la verità di fronte a molti testimoni e scelse la cerimonia pubblica in cui doveva essere letto il bando delle sue nozze con il nobile P'Ridd, altro cugino del Princeps.
     "Cittadini di V'Ronah," disse dal palco sul quale stavano lei, il padre, il fidanzato e il principe, di fronte alla folla riunita nella piazza "Voglio parlare in nome della logica e del buon senso. Voglio parlare contro lo spreco di vite e di energie che ci impedisce di diventare una grande città, capace di imporsi anche di fronte alle altre. Quanti giovani hanno perso una promettente esistenza per l'ira dei padri e la propria irruenza? Non avrebbero fatto meglio a usare la loro energia per lo Stato? Quanto spreco davvero!"
     "Basta, figlia!" disse il padre benevolmente, perché pensava che Ju-l'iet parlasse pensando al fratello ucciso. Ma un cenno del Princeps diede il permesso alla fanciulla di continuare.
     "Sì, padre, basta così. Parlo per voi, cittadini coinvolti nella rivalità tra le due famiglie colpevoli. Parlo per noi, figli di queste famiglie, che abbiamo bevuto il latte dell'odio fin dai primi anni quando eravamo incapaci di capirne l'illogicità... Basta! Io, K'Plet Ju-l'iet e Rom, erede dei Mon Tek, abbiamo scelto di porre fine all'odio e alla stupidità. Ci siamo uniti davanti ai Grandi Fratelli e le nostre due famiglie ne formeranno una sola d'ora in poi. Finalmente la nostra città prospererà e prenderà tra le altre il posto che le spetta."

     Sul viso del vecchio K'Plet passarono tutte le sfumature della sorpresa, dell'incredulità, dell'orrore, del furore.
     "Tradimento!", urlò, sfoderando la sua corta spada e affondandola nel petto della figlia.      "Tradimento!" urlarono le guardie del Princeps, che trafissero il vecchio con dieci lance, perché non si poteva estrarre armi vicino al capo della città.
     "Tradimento!" urlarono sulla piazza tutti i cittadini, per motivi diversissimi.
     Scoppiò allora la più orrenda di tutte le battaglie che avesse mai visto la città di V'Ronah.
     Dal tumulto caotico della folla che combatteva a coppie o a gruppi, emerse un giovane che salì, quasi indisturbato, sul palco dove giacevano Ju-l'iet e suo padre. Presso il corpo della fanciulla piangeva il giovane P'Ridd.
     "Rinnegato! Assassino!" gridò questi, riconoscendo Rom vicino alla sua fidanzata. Estrasse la spada e balzò in piedi per affrontare il rivale.
     Rom non voleva battersi di nuovo e, men che meno, contro uno che, come lui, amava la nobile Ju-l'iet. Ma dovette difendersi. Uccise P'Ridd per poter piangere a sua volta sul corpo dell'amata.
     "Ah! Ju-l'iet!" disse, ignorando il resto del mondo che si trucidava caoticamente sotto il palco. "Sei stata ingenua nel credere che il nostro popolo potesse ascoltare la voce della ragione. Sono bestie assetate del sangue dei loro fratelli. Non capiscono altro che l'odio e la morte. Ma il tuo sacrificio può ancora essere utile. Mi hai mostrato la strada e seguirò il tuo esempio."
     Così, dopo aver baciato teneramente le labbra della moglie, la prese tra le braccia e si avvicinò al bordo del palco per farsi vedere meglio. (Il Princeps era stato convinto a ritirarsi nel palazzo.) Rimase in silenzio a contemplare il furore scatenato ai suoi piedi finché qualcuno si accorse della strana figura ritta al di sopra della folla. A poco a poco gruppi sempre più folti smisero di combattere per voltarsi verso il giovane. Infine tutti si fermarono e rimasero in attesa di ciò che il ragazzo avrebbe detto.

     "Cittadini, parenti, amici." esordì Rom, "Questa città è succube di Kanassarum. In tutta Rom'Lasz essa è considerata meno che niente e i suoi abitanti dei buffoni e dei vigliacchi perché non hanno mai partecipato a nessuna delle gloriose crociate che hanno fatto la storia di Kanassarum, di Calanista, di Farrad. Siamo isolati. Siamo poveri e disprezzati. Basta uscire da V'Ronah e visitare qualsiasi altra città per constatarlo. Ma vi dico che la vostra povertà, il vostro vergognoso isolamento hanno un'unica causa e voi la conoscete. Solo con l'eliminazione delle nostre famiglie potrete liberarvi ed espandervi anche voi. Per ridarvi l'onore è morta la dolce Ju-l'iet e per la stessa ragione voglio darvi la mia vita, cosicché saremo uniti nelle vostre memorie come lo fummo nella nostra breve esistenza." Così concludendo, Rom si chinò per baciare un'ultima volta la sua amata che teneva ancora stretta nelle braccia e con la destra si affondò un pugnale nel petto. Resistette in piedi per qualche secondo, poi crollò in ginocchio, sempre sorreggendo Ju-l'iet e, infine, si accasciò al suolo.
     La folla emise un immenso urlo, tutta unita nell'orrore e nello sgomento. Si guardò attorno senza sapere come muoversi per alcuni lunghi secondi. Alla fine alcuni membri delle due famiglie rivali si fecero avanti e salirono sul palco, esitanti, insicuri, temendo di apparire ridicoli, oppure di essere presi a sassate dalla moltitudine. Ritte sul podio, si guardarono a lungo prima di sollevare, insieme, i corpi dei giovani sposi.
     La folla si aprì davanti al silenzioso corteo che andava a portare i corpi davanti al palazzo del principe. Lì si trovavano già i membri più importanti e più anziani delle due famiglie colpite dal dolore e dal rimorso.

     Il sacrificio di Rom e Ju-l'iet non fu inutile. Finalmente il Princeps ebbe il coraggio di mandare gli eredi K'Plet a Kanassarum per continuare l'attività del loro vecchio capo. I giovani Mon Tek furono incaricati di addestrare la prima milizia cittadina che avrebbe formato il nucleo del nuovo esercito di V'Ronah.
     Una statua di Rom, ferito a morte, con il corpo di Ju-l'iet tra le braccia, fu eretta sulla maggior piazza della città. Divenne il simbolo della volontà dei cittadini di commemorare chi aveva ridato loro il senso dell'onore.
     Oggi, dopo tanto tempo, la città di V'Ronah non esiste più, ma la storia di Rom e Ju-l'iet è ancora cantata dai poeti perché serva d'esempio ai giovani dell'Impero.


     Da: "Kanassarum, Storia e mito" di Uilah R'Tanet n'Ehhlih.





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  • Nelly Wheeler aka "Uilah R'Tanet N'Ehhlih" 346

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