IL TEATRO SU VULCANO
Origini storiche e ruolo ricoperto nella società vulcaniana attuale
di Saduk figlio di Sarmuk

Introduzione

     Sono Saduk figlio di Sarmuk, uditore dell'Accademia Vulcaniana Delle Scienze. Lo scopo del presente scritto è quello di spiegare il senso del teatro come forma artistica all'interno della società vulcaniana. Ciò avverrà tramite l'analisi storica e psicologica dell'impatto che il teatro ha avuto nella società di Vulcano attraverso il tempo.
     La rappresentazione teatrale è qui vista alla luce delle teorie sulle arti figurative e comparata con l'analisi del teatro della Grecia antica, il quale a sua volta mostra similitudini con la concezione del teatro vulcaniano. Verrà inoltre indagato il nesso tra il teatro di Shakespeare, (rappresentato con successo su Vulcano) e l'idea del teatro all'interno della cultura vulcaniana.
     Lunga vita e prosperità
     Saduk

Il Teatro su Vulcano
Capitolo I

«Non vi è torre di pietra,
non muraglia di ribattuto bronzo,
non segreta priva d'aria
né sbarre aspre di ferro
che si possano opporre
alla saldezza del pensiero»
(W.Shakespeare : Giulio Cesare, atto I, sc III)


     Su Vulcano sono rappresentate in teatro opere di diversa natura. Tra queste possiamo annoverare opere di carattere epico e drammatico. I cicli epici appartengono all'era antica di Vulcano e sono giunti a noi in forma scritta (anche se la loro trascrizione è da considerarsi un fenomeno più tardo rispetto alla loro genesi, avvenuta nel contesto di una cultura orale). I temi dell'epica vulcaniana narrano le storie di re guerrieri, di maghi e di eroi, calati in un contesto mitologico. Il linguaggio del mito distorce e modifica gli eventi storici e sociali che sono all'origine del mito stesso. Li trasfigura e li presenta a noi sotto forma poetica, mischiando elementi religiosi alla celebrazione dell'eroe, visto come esempio (nel senso che rappresenta i valori riconosciuti e condivisi della società di cui fa parte, nella loro massima espressione) e baluardo della società contro il caos e le forze distruttive insite sia nella società stessa, sia nei pericoli rappresentati dalla guerra o dalla forza distruttiva della natura, vista come manifestazione di forze divine incontrollabili.
     Questa era la concezione del mondo della società che immaginò e creò l'epica vulcaniana. La rappresentazione dei cicli epici è legata a determinate ricorrenze, ed è di un certo interesse per gli studiosi che ricercano nel mito le forme della struttura sociale arcaica delle antiche culture di Vulcano. In questa sede, tuttavia, intendo occuparmi esclusivamente del dramma e della sua fruizione da parte del pubblico vulcaniano, sia nell'epoca precedente la rivoluzione operata da Surak, sia nella società contemporanea.
     La rappresentazione delle opere drammatiche è oggi basata sia su autori vulcaniani sia su autori appartenenti ad altre culture. Di particolare interesse sono le tragedie scritte in epoca pre-Surak, in quanto, attraverso il teatro, la società del tempo esprimeva il senso più nascosto della natura vulcaniana. Se si sottovaluta questo aspetto non si vede nella giusta luce e non si comprende la cultura che produsse quelle tragedie.
     Possiamo dire che ciò che rimane di un opera d'arte attraverso il tempo, non è più o non è solo il senso originale che l'autore ha pensato nel momento della creazione, ma il riflesso della cultura, dei valori, e dei timori della società a cui l'artista apparteneva; ciò ci permette di accedere ad una chiave di lettura indispensabile, per capire appieno un mondo che si presenta a noi come estraneo e di difficile comprensione.
     Guerre, conquiste, morte, amori e tradimenti erano gli ingredienti tipici del dramma. L'eroe si trovava a lottare contro il fato o destino senza poterlo vincere. Il senso della tragedia nasce proprio nel momento in cui il protagonista capisce l'inutilità della lotta, sentendo in ciò una profonda ingiustizia. Il momento culminante arriva quando, consapevolmente, l'eroe attua il sacrificio di sé, allo scopo di salvare la propria comunità o la famiglia o ancora per obbedire ad una verità sentita come irrinunciabile e superiore.
     Un esempio che può farsi di un avvenimento reale che presenta una possibile evoluzione verso un tema tragico è dato quando a Spock si presenta la scelta tra il suo dovere nei confronti della nave e della Flotta e la possibilità di salvare la vita di suo padre Sarek. Il Capitano Kirk era ferito ed inabile al comando e Spock, come primo ufficiale, aveva il dovere di scoprire l'identità del suo aggressore, di scortare la delegazione diplomatica su Babel e di proteggere l'Enterprise. Il suo dovere come primo ufficiale al comando non gli permetteva di sottoporsi al delicato intervento che avrebbe salvato la vita di Sarek. La storia ci narra che Spock non fu costretto ad una scelta e che il Capitano Kirk poté riprendere il comando della nave; ma se così non fosse stato, gli elementi del dramma ci sarebbero stati tutti.
     Il dramma (se la storia fosse rappresentata) avrebbe toni diversi a seconda che gli spettatori fossero Vulcaniani vissuti prima dell'avvento di Surak o che si trattasse di Vulcaniani contemporanei. I primi vedrebbero gli elementi evidenziati in precedenza: il sacrificio personale per un bene superiore, il tremendo travaglio interiore del protagonista e la sua sofferenza. I secondi vedrebbero la necessità della scelta obbligata di Spock (l'unica alternativa logica) poiché tengono in gran conto il sacrificio della vita di Sarek, ma non indagano più di tanto il dilemma personale di chi è stato costretto ad operare una scelta.
     Va detto però che la famiglia per un vulcaniano è importante, e chiunque potrebbe capire Spock, anche perché l'evidenza si dà, non si discute, ed il contrario sarebbe illogico. Il punto di contatto è rappresentato dal sacrificio del protagonista allo scopo di salvare la comunità dal pericolo, obbedendo così ad un principio superiore1.


II

     Qual è dunque il significato che la tragedia assumeva per chi viveva in un tempo precedente l'adozione dei principi della logica? La società vulcaniana di allora, mettendo in scena drammi il cui argomento prevalente era la violenza della guerra, la precarietà dell'esistenza e l'ineluttabilità della morte, voleva con ciò distaccarsi ed esorcizzare, mediante la rappresentazione, proprio quelle forti emozioni negative che ne minavano l'esistenza stessa. L'efficacia della rappresentazione sta nel momento stesso in cui nasce il teatro come spettacolo rivolto ad un pubblico, che a sua volta necessariamente si separa, distinguendosi dagli attori che recitano.
     Ciò dà luogo al distacco degli spettatori dalla scena e dalle passioni rappresentate nel dramma. Il pubblico è sì partecipe del dramma, ma come osservatore distaccato. Questo è causa dell'alienarsi dalle passioni incarnate dagli attori che danno vita ai personaggi, i quali a loro volta non sono che maschere, dietro le quali si celano le passioni e le pulsioni autodistruttive da cui la società sente la necessità di distinguersi.
     Esistono in altre culture esempi di una simile funzione sociale del teatro. Possiamo pensare all'antica Grecia, dove l'importanza della tragedia come mezzo di purificazione dalle passioni è nota e riconosciuta da Aristotele, che ce ne parla come di Khatarsis (letteralmente il purgarsi dai sentimenti di pietà e di timore quale effetto della tragedia).
     Il nesso tra le due culture è stato messo in evidenza all'interno dell'Accademia Delle Scienze di Vulcano da T'Sun di T'Giul che, parlando del dramma su Vulcano, dice: «Nella drammaturgia dovrebbe prevalere l'implacabile logica degli eventi, come nella tragedia greca2». Per i Greci, l'implacabile logica degli eventi è l'aspetto razionale ma solo apparente di una società che percepisce in modo netto e drammatico quanto il caos e la violenza possano all'improvviso manifestarsi, tant'è che sente il bisogno di celare questo aspetto distruttivo e violento dietro la necessità (il destino o fato).
     Possiamo dire, con un filosofo della Terra del XX secolo, che: «Il filtro dell'arte ne attenua la violenza senza turbare l'ordito dell'apparenza3». La sublimazione della violenza attraverso l'arte ed il teatro era per i Vulcaniani antichi l'unica forma possibile di distacco dalle passioni. L'alternativa era vivere la propria aggressività4.


III

     Oltre agli autori vulcaniani, come avevo già precisato, sono rappresentati su Vulcano anche autori di altre culture. Un esempio interessante è costituito dalla messa in scena delle tragedie di W. Shakespeare5. Mi servirò proprio delle opere di Shakespeare per evidenziare un nesso che, alla fine di questo articolo, renderà evidenti le somiglianze tra la concezione del teatro del grande drammaturgo della Terra, e quella dei Vulcaniani (sia contemporanei sia antichi).
     Shakespeare attua una mescolanza di stile che va dal tragico-sublime fino al comico-grottesco. Nelle sue tragedie tutto è rappresentato, dal principe al soldato. Il pubblico a lui contemporaneo, che assisteva alla messa in scena dei suoi drammi, era variamente composto. Alle rappresentazioni delle opere di Shakespeare si potevano trovare nobili, mercanti e contadini, e tutti potevano identificarsi con i suoi personaggi. Per questi motivi, si può definire il teatro Shakespeariano come popolare.
     Il popolo vi era variamente rappresentato, come nel dramma "Giulio Cesare", dove Cesare, acclamato dalla plebe di Roma, sviene a causa delle fetide esalazioni provenienti dalla calca dei plebei. Oppure come quando, dopo l'assassinio di Cesare, una folla inferocita gira per le strade di Roma dando la caccia ai cospiratori e a farne le spese è il poeta Cinna, reo di portare lo stesso nome di uno dei congiurati (egli, innocente, verrà brutalmente ucciso). Il soggetto è il medesimo in entrambi i casi (il popolo), diversa è però la sua funzione all'interno del dramma: nel primo caso lo scopo è di suscitare il riso e la scena è grottesca, nel secondo la scena è invece drammatica.
     Il personaggio del poeta Cinna è marginale, uno dei tanti personaggi collaterali dei drammi di Shakeapeare, che ha però la funzione rilevante di acuire il senso drammatico della storia. Perfino la scena dell'assassinio di Cesare6, evento cruciale del dramma, viene trattata con minor interesse e il poeta gli dedica minor spazio rispetto alla morte del poeta Cinna.
     Le ragioni di questa scelta sono molteplici. Un motivo importante è che la morte di un innocente colpisce più che la morte di Cesare7 (il successo, secondo questa concezione, è legato alla colpa ed alla responsabilità). Inoltre la gratuità della morte del poeta Cinna fa risaltare efficacemente il clima di esaltazione e di voglia di sangue della folla, e ne mette in evidenza la follia e lo smarrimento, preannunciando la guerra che si combatterà da lì a poco.
     Un altro personaggio degno di nota è Shylock (dal "Mercante di Venezia") con il quale Shakespeare "mescola il sublime coll'umile, il tragico col comico, con un'inesauribile ricchezza di sfumature8". Shylock si muove in un contesto da commedia leggera, tuttavia per un breve istante assurge da figura farsesca ad eroe tragico: «Ci solleticate e non dovremmo ridere? Ci pungete e non dovremmo sanguinare? Ci offendete e non dovremmo vendicarci?». O come quando rivendica il suo diritto contro tutto e tutti: «Fate che gli schiavi vivano come voi, date loro lo stesso nutrimento e alloggio, sposateli con i vostri figli. Voi dite che gli schiavi sono la vostra proprietà? Bene, così io rispondo a voi: questa libbra di carne l'ho comprata io, è mia!».
     Egli ha una concezione singolare della giustizia, ma lo stesso implacabile destino che perseguita l'ebreo Shylock, il suo essere un paria, un emarginato, lo porta a rivendicare un diritto che ritiene legittimo (anche perché la sua soddisfazione riequilibrerebbe il male che il destino e il suo ruolo sociale gli impongono, in poche parole una rivalsa contro l'ingiustizia che subisce solo perché diverso). La feroce brama di giustizia di Shylock e la sua tenacia nel difendere il proprio diritto fanno balenare per un istante una volontà resa titanica dall'odio verso una società che, a causa delle sue origini, gli impone il ruolo del paria. Una grandezza drammatica, quella di Shylock, subito spenta. Infatti, con il procedere della storia, egli verrà ingannato con uno stratagemma salomonico che salverà la vita di Antonio, e ricaccerà la figura dell'ebreo Shylock nei toni della commedia farsesca che, solo per un istante, aveva abbandonato.
     In "Amleto" il dramma si svolge in Danimarca, allorché al principe Amleto viene rivelato dal fantasma del padre che lo zio ha ucciso il re suo fratello per impossessarsi della corona e della moglie, la regina. Fin qui è riassunta la trama. In tutta la tragedia risalta nel suo titanismo la figura di Amleto9. La rivelazione fatta ad Amleto dello spirito del padre è fonte di angoscia e di nausea per la vita: «Essere o non essere, ecco il dilemma: è più degno il patire gli strali, i colpi di balestra di una fortuna oltraggiosa, o prendere armi contro un mare di affanni e contrastandoli por fine a tutto? Morire, dormire, non altro, e con il sonno dire che si è messo fine alle fitte del cuore, ad ogni infermità naturale alla carne».
     Amleto è ossessionato dal fantasma del padre. Egli è abile, dissimulatore, temuto da chi gli sta vicino per il suo acume e per la sua ironia mordace, oppure è pazzo? Egli, non senza ambiguità, dice di esserlo: «Sanno i presenti e voi dovette averne inteso parlare, che io sono punito da una forma di pazzia». Amleto è un eroe diviso e incerto, l'azione del dramma è ispirata da lui (lui metterà in moto gli avvenimenti che porteranno al tragico epilogo) ma gli eventi gli si impongono, egli è causa del dramma ma ne subisce gli effetti, dominato dalla sua stessa volontà, che però sterilmente si esaurisce in se stessa.
     Qui è la causa dell'inattività, non è tanto la mancanza di volontà, quanto il suo eccesso che paralizza Amleto. Quando Fortebraccio al suo arrivo chiederà con sorpresa il motivo della carneficina (in cui trovano la morte Amleto, la regina, il re suo zio e Laerte), Orazio, amico e compagno di Amleto, risponde: «Sentirete di atti carnali sanguinosi, e contro natura, di giudizi accidentali, di uccisioni dovute al caso, di morti provocate dalla malizia o dalla necessità, e in questo epilogo di macchinazioni capovolte ricadute sul capo di chi vi ricorse. Su tutto questo posso riferire la verità».


Osservazioni conclusive

     Amleto, Cinna il poeta e Shylock presentano caratteri assolutamente diversi, come diverse sono le epoche e le culture a cui appartengono, ma sono accomunati dalla partecipazione all'universale condizione umana. La comprensione dell'arte di Shakespeare è impossibile senza tener conto delle passioni che affiorano come un impetuoso oceano da tutta l'opera del grande drammaturgo.
     All'inizio accennavo ad un nesso tra la concezione che hanno i Vulcaniani del teatro ed il teatro Shakespeariano. Prima ho evidenziato la funzione di sublimazione delle emozioni che rivestiva il teatro nell'epoca prima di Surak, ed è innegabile che queste caratteristiche sono condivise con il teatro di Shakespeare. Che cosa dunque ha in comune la concezione del teatro dei Vulcaniani e quella di Shakespeare? La funzione sociale di sublimazione delle emozioni del teatro prima di Surak è presente anche nel teatro moderno vulcaniano10(anche se l'intensità e l'esigenza di sublimare l'emotività è minore rispetto al sentimento degli spettatori del teatro antico) come lo è nel teatro Shakespeariano.
     Il teatro, in quanto arte, eccede qualsiasi discorso logico e regolato (qui sono in sintonia con il filosofo terrestre del XX secolo Merleau-Ponty) in quanto è comunicazione mediata dall'arte di istanze, necessità e aspettative della società, rappresentate, riflesse nell'immagine che il teatro crea di sé e della cultura che lo produce. Esso è a sua volta immagine trasfigurata ed alterata dal simbolico presente nel teatro fin dalle origini. Ricordiamo che il teatro nasce in un contesto rituale, e questa origine non può che condizionarne l'espressione anche al di là della volontà dell'autore.
     Il senso, il significato dell'arte è nell'elemento indefinibile della comunicazione estetica. Il teatro, come tutta l'arte, ha bisogno di un soggetto che possa esserne interprete. Senza l'interpretazione del soggetto l'arte non esiste, poiché è il soggetto stesso che, nell'attuare l'interpretazione, crea il senso dell'opera d'arte (l'arte, a differenza della logica formale ed astratta, è fonte di una conoscenza spuria. La logica è in sé perfetta ed incontestabile, tautologica11 ed autosufficiente, mentre l'arte dipende dell'interpretazione del soggetto!).
Inoltre il teatro, come forma artistica, comunica con la rappresentazione, che è sempre rappresentazione visiva, dunque immagine, che è anche presenza. Vorrei ricordare che con il termine imago i latini definivano anche la visione o l'apparizione, legata spesso al mondo degli spiriti. Visto che il teatro può essere pensato nei termini di immagine, viva e presente, esso è paragonabile alle arti figurative come la pittura, e nella pittura il ruolo interpretante del soggetto è riconosciuto.
     La grandezza poetica che i Vulcaniani riconoscono all'opera Shakespeariana, senza l'espressione così precisa dei tipici tratti umani (quali le passioni, gli amori, la sofferenza, la colpa) non solo si perderebbe, ma anche il senso stesso (il significato profondo) della sua opera ne sarebbe sminuito.
     L'arte, in quanto rappresentazione, svela emozioni archetipe da interpretare12, ed esse costituiscono una fonte di conoscenza. I Vulcaniani perseguono la conoscenza (questo è noto) ed è innegabile che per il libero pensiero e per la logica non esiste scandalo! Per un pensiero libero da pregiudizi non esistono tabù, ma tutto può essere indagato e studiato, anche le emozioni e l'arte, con i suoi particolari contenuti emotivi.
     Non esiste quindi imbarazzo per i Vulcaniani nell'assistere (e nel recitare) in uno spettacolo teatrale. L'attore che recita non finge di essere chi non è ma interpreta (l'interpretare è sia l'atteggiamento di chi ricerca la conoscenza, sia di chi ricerca il senso dell'esistenza13), dà vita ad un personaggio con l'arte che gli è propria. Il che è un atto di creazione artistica e la finzione nell'arte è insita solo ad un livello metafisico14; negli altri casi non è mai falsificazione di una realtà vera, ma espressione artistica e trasformazione della realtà secondo l'idea e la visione dell'artista.
     E' innegabile che l'arte ha un evidente contenuto emotivo, ma ciò non allontana i Vulcaniani dall'arte e non li spaventa (altrimenti avrebbero una reazione emotiva) perché l'arte va oltre la logica. I Vulcaniani lo sanno e lo accettano, senza che questo sia visto come un'infrazione alla disciplina della logica.

     Lunga vita e prosperità.

     SADUK, U.A.V.S.




Bibliografia

C.Turke : Violenza e Tabù - Garzanti 1986
F.Nietzsche : La nascita della tragedia - Newton Compton
W.Shakespeare : Giulio Cesare - Fratelli Treves Milano
W.Shakespeare : Amleto - Newton Compton
W.Shakespeare : Il Mercante di Venezia - Newton Compton
F.E.Halliday : Shakespeare - Leonardo 1989
J.G.Frazer : Il Ramo d'Oro - Newton Compton


Bibliografia Star Trek

Star Trek II L'ira di Khan
Star Trek VOY : Flashback
Star Trek CLA : Operazione cervello
Star Trek TNG : Sarek
Star Trek VOY : Fusione mentale


Opere citate

T'Sun di T'Giul e Mir di T'Pau: "Arte e vita di Vulcano"
G.Colli: "Dopo Nietzsche" - Adelphi
E.Auerbach: "Mimesis Vol II" - Einaudi



N O T E

  1.      «Le esigenze dei molti contano più che quelle dei pochi o di uno». Frase di Spock
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  2.      Da "Arte e vita di Vulcano" di T'Sun di T'Giul e Mir di T'Pau
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  3.      Da "Dopo Nietzsche" di G.Colli
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  4.      A differenza degli umani, i Vulcaniani non hanno la possibilità di reprimere un ricordo spiacevole e traumatico oppure una violenta emozione, rappresentandola sotto forma inconscia. Infatti i Vulcaniani non hanno ciò che comunemente viene chiamato inconscio. Non se lo possono permettere, poiché negare l'esistenza di un ricordo spiacevole (o una violenta emozione) equivarrebbe a riaffermarle sotto la forma di un super-inconscio, il che porterebbe a due problemi di vasta portata. Il primo problema è che un Vulcaniano con un super-inconscio ne sarebbe molto più influenzato rispetto ad un umano, e ciò lo porterebbe a sviluppare uno stato di dissociazione mentale, originando una personalità divisa e disadattata. La dissociazione a sua volta sfocerebbe facilmente in comportamenti schizoidi e paranoidi, pericolosi dal punto di vista sociale e dell'ordine pubblico (si noti che così si verrebbe a creare una situazione simile a quella presentata dalla Sindrome di Bendii, almeno riguardo all'instabilità emotiva e psichica). Un caso simile si è verificato a bordo della Voyager, quando Tuvok fuse la sua mente con quella di Suder. Infatti, durante la fusione mentale, si trasferiscono in Tuvok le incontrollabili pulsioni violente di cui soffriva Suder. Questo porta Tuvok, nello sforzo di controllare le emozioni negative, a tentare di reprimerle verso una forma inconscia. L'effetto di un simile tentativo è noto. Tuvok non solo perde il controllo di sé, ma finisce per diventare socialmente pericoloso (cercherà infatti di uccidere Suder). L'esistenza di un inconscio è per i Vulcaniani il sintomo di un malessere psicofisico. Questo ci porta al secondo problema cui prima accennavo. E' noto che i Vulcaniani dipendono dalla propria mente in misura maggiore delle altre specie umanoidi. Quando Tuvok è ossessionato da un ricordo che non rammenta di aver mai vissuto, il suo organismo reagisce con ripetuti collassi. La diagnosi del dottore mette in evidenza che un ricordo soppresso può dar luogo nei Vulcaniani a danni cerebrali (la soppressione di un ricordo traumatico è una delle funzioni principali dell'inconscio). Naturalmente visto che la fisiologia dei Vulcaniani è rimasta sostanzialmente immutata, quello che ho appena detto è valido sia per i Vulcaniani antichi sia per i Vulcaniani contemporanei. La spiegazione del carattere violento e passionale, tipico della società di Vulcano prima di Surak, risiede proprio nella obbiettiva mancanza della possibilità di sublimare la violenza attraverso meccanismi di tipo psicologico come l'inconscio (cosa invece possibile ad altre specie, come per esempio i Terrestri). Ciò fornisce una spiegazione logica e rafforza l'importanza (in origine anche rituale-magica) del teatro e dell'arte come mezzo per sublimare la violenza, nell'individuo come nella società (prima di Surak).La logica naturalmente opera una diversa soluzione, non reprimendo le emozioni ma conoscendole (con la conoscenza possiamo distaccarcene, infatti per poterci astenere da qualcosa è necessario conoscerla, altrimenti non sapremo da cosa ci stiamo astenendo. Senza la consapevolezza che deriva dalla conoscenza delle emozioni, nessun Vulcaniano potrebbe accostarsi alla logica né partecipare al rito del Kolinahr). Ecco spiegato il senso nascosto della natura vulcaniana riflessa nel teatro.
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  5.      Nato nel 1564, morto nel 1616. La sua influenza nella letterature terrestre si spinse ben oltre il suo secolo, egli fu romantico prima dei romantici , ispirò il movimento pre-romantico dello Sturm und Drang, tra i cui fondatori vi era Goethe. E' uno dei pochi autori veramente universali mai esistiti.
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  6.      La morte di Cesare descritta dal poeta mostra analogie con il rito del sacrificio (per esempio l'uso dei pugnali, arma rituale tipica) del babilonese (ed ebraico) capro espiatorio. Inoltre si può pensare all'assassinio rituale del padre primigenio (a cui allude Freud su Totem e Tabù) ucciso dai figli per invidia e per usurparne il ruolo (di capo branco che godeva del diritto esclusivo di giacere con le femmine) ed in seguito per paura e senso di colpa elevato in forma di totem a progenitore e protettore.
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  7.      L'assassinio di Cesare si lega al giusto omicidio del tiranno teorizzato già dagli antichi Greci. Comunque è da rilevare che in periodo elisabettiano le idee riguardo al tirannicidio erano comunemente note, così l'atto appariva lecito agli occhi del pubblico. Si è molto discusso circa la simpatia di Shakespeare per la causa di Bruto. Sì vorrebbe con ciò spiegare in parte la scarna rappresentazione della morte di Cesare. Da notare anche la differenza tra la calma ostentata da Bruto nel momento prima della battaglia, durante la visita del fantasma di Cesare, ed il sonno tormentato di Riccardo III durante la visita dei fantasmi di coloro che aveva ucciso per il trono, che preannunciavano l'imminente sconfitta.
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  8.      Da "Mimesis" di E.Auerbach Vol II Ed Einaudi
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  9.      Goethe dirà di Amleto che la sua tragicità sta nella distruzione dell'esteriorità della sua vita e della fiducia nell'ordine morale delle cose, rappresentato dal legame affettivo che univa i suoi genitori, legame distrutto dall'omicidio del padre da parte dello zio. L'interpretazione romantica di Goethe vedrà Amleto come uno spirito nobile, ma di insufficiente forza per poter raggiungere la meta che si prefigge (la vendetta contro lo zio).
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  10.      Potremo dire che: «Tuttavia, a mio parere, non si può ignorare che l'arte ha comunque una funzione catartica e di sublimazione delle emozioni.» Da "Arte e Vita di Vulcano" di T'Sun di T'Giul e Mir di T'Pau.
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  11.      Cioè sempre vera in ogni circostanza.
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  12.      L'interpretazione non è solo rapportata alla conoscenza (in questo caso all'indagine sul senso del opera d'arte) Ma appartiene anche alla dimensione esistenziale che è propria di ogni individuo. Infatti il soggetto interpretante ( il quale come vulcaniano è immerso nella realtà sociale e storica a cui appartiene) è a sua volta anche oggetto di interpretazione, perché si rapporta sempre a se stesso e in questa maniera si comprende e si interpreta.
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  13.      Vedi nota 12
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  14.      Nel senso che l'arte è apparenza o immagine, e l'apparenza rimanda sempre ad un significato ulteriore (ciò che è nascosto dietro l'apparenza, e fondamento primo della realtà e proprio perché non si manifesta visivamente è indagabile solo con la metafisica)
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Scritto dai seguenti esseri - Written by the following beings

  • Giuseppe Ruiu aka "Saduk" 4094-A

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