prefazione al racconto "La promessa"
La promessa è stata scritta nel duemila. Viene resa pubblica solo nel Gennaio 2003 a causa delle restrizioni sulla pubblicazione dei racconti che partecipano al concorso letterario dello STIC.
A volte in una storia rimane ancora qualcosa da raccontare, un aspetto rimasto in ombra, una sfumatura nel carattere di un personaggio che deve essere espressa. Esistono caratteri e personaggi che non sopportando di essere incompiuti, chiedono, pretendono un ritorno alla narrazione, esigono la ricerca di un senso più profondo altrimenti celato.
Nei migliori episodi di Star Trek si trovano soggetti capaci di narrare aspetti inesplorati della storia a cui appartengono. Questi soggetti vanno oltre i limiti imposti dalla durata di una puntata televisiva, continuano ad esistere nella memoria dello spettatore, riescono a rompere i confini tracciati dall'inizio e dalla fine del racconto, prendono il posto dello scrittore, proiettano la loro personalità nella narrazione proseguendola. La loro necessità di essere è più forte della breve vita concessa loro dalla sceneggiatura.
Scrissi La promessa nell'estate del duemila. L'idea è più antica, ma come spesso accade, ha avuto bisogno di crescere e di mettere forti radici prima di ispirare il racconto.
"La promessa" è, insieme con "La caccia", parte di una trilogia il cui ultimo capitolo deve ancora essere scritto. Il progetto nacque nella mia mente alcuni anni fa dopo aver visto gli episodi della serie classica "Sia questa l'ultima battaglia" e "La magnificenza del Re".
L'idea era quella di esplorare il lato drammatico di Star Trek. L'aspetto tragico nascosto in alcuni personaggi è rimasto perlopiù inespresso. Questo vuoto chiede di essere colmato. I due racconti citati cercano di fare proprio questo.
La promessa
Il terreno è duro, le pietre acuminate mi pugnalano il fianco. Il freddo tormento della notte indurisce le membra e sembra non andarsene per tutto il giorno. Linutile sonno che non riposa mai lascia il posto ad un'altra giornata. Qui però, un nuovo giorno è sempre lo stesso giorno. Giorno! Non posso chiamarlo così. Cè il giorno quando cè la luce del sole. Qui è la notte eterna! Nella notte ci addormentiamo, nella notte ci risvegliamo. Siamo dannati, dominati dalla stessa oscurità che ci nega la luce, uccide la vita e spegne la speranza. Mi alzo, un dolore improvviso mi ricorda la protesta del corpo che dal sonno si risveglia: Vedi, ogni volta che ci rialziamo è come tornare nel mondo dei vivi essendo morti così mi tornano in mente le parole del mio migliore amico, lunico amico: in questo posto lamicizia è assurda quanto la vita cui disperatamente ci aggrappiamo. Inciampo, cerco di non cadere, le mani corrono sulla parete di nuda roccia; allultimo afferro un appiglio. Sono ancora in piedi. Uno dei sorveglianti mi guarda; nel suo sguardo labituale distacco si tramuta in disprezzo e scherno per la mia debolezza. So cosa pensa, ai suoi occhi sono inutile ed insignificante come tutti quelli della mia razza. Ha ragione, lo penso anchio. Ecco, sono arrivato, li cè la mia postazione. Mi hanno chiamato supervisore alla produzione. Pensavo che solo gli umani avessero il senso dellironia, altra cosa sulla quale mi sbagliavo. Il mio lavoro non è pesante: controllo il processo di trasferimento delle scorie. La mia postazione è situata in alto, dentro una nicchia scavata nella roccia. Le pareti di solida pietra che si ergono ai fianchi della struttura mi chiudono la vista ai lati, lasciandomi libero di guardare nellunica direzione dove preferirei non farlo. Più in basso si svolge lestrazione del minerale. Appena sotto la mia postazione una massa di operai, così i sorveglianti chiamano chi una volta chiamava se stesso persona, estrae il minerale; spinge pesanti carrelli fin a piegarsi la schiena e le ossa, mantenendo la stessa deforme posizione per il resto della breve vita; mangia, defeca, muore, si spezza nello spirito prima che nel corpo. Io sto di fronte a loro, così che non possa perdermi niente. La mia postazione è al centro della sala. Nella miniera è lunica zona fortemente illuminata, in modo che chi si sfianca possa vedermi al riparo, seduto, mentre essi sentono la vita morirgli giorno dopo giorno. Nei primi tempi, loro, gli operai, mi insultavano, mi sputavano in faccia tutto il loro disprezzo. Vedevo i loro occhi, ognuno di quegli schiavi si sarebbe vendicato contro il proprio destino su di me, se avesse potuto. Nulla che possa ferire il mio corpo si trova laggiù. I sorveglianti hanno molta cura nellimpedirlo, perché ciò che potrebbe ferire me, potrebbe liberare loro. Ma cè di peggio! Adesso mi ignorano. Li invidio, vorrei condividere il loro destino, ma la maledetta politica e lestradizione lo impediscono. Il mio lavoro non è pesante.
Cè una pausa ogni tanto, affinché si possano trasportare i minerali in superficie. Nellinferno è lunico momento di riposo. Questo è il momento del pasto, non so cosa ci diano, non credo di volerlo sapere. Il cibo non è sufficiente, la fame è lunica cosa che soddisfa. Non che mi lamenti. Almeno io mangio, chi lavora nelle miniere non ha la stessa fortuna. E stato durante una pausa che mi si avvicinò. Prima nessuno laveva fatto; mai da che ero qui. Mi disse: Siamo bestie da traino, trasciniamo la colpa che ci hanno caricato sulle spalle, non la nostra, questa è la vera condanna. Non furono le sue parole a colpirmi. No! Fu come le disse. Sorridendo! E ora di tornare al mio posto, il sorvegliante colpisce la mia spalla, lo fa quando vuole che non dimentichi chi sono; nessuno. Non fa male, ormai lo so. Qualche volta il sistema di trasferimento si blocca, io devo ripararlo. So come farlo, un tempo ero bravo, sapevo riparare tutto, è ciò che in passato mi ha mantenuto in vita. I ricordi qui non esistono, semplicemente svaniscono da sé. La mente non li trattiene più, sono un peso, ci ricordano chi eravamo: uomini. Chi si attacca alla memoria, cercando in essa la forza di resistere, impazzisce o si fa uccidere. Io però non sempre riesco a sfuggire alla condanna del ricordo: è un abitudine che mi ha salvato dalla pazzia, tempo fa. Non sono più quelluomo, ciò che ero ha cominciato a morire quando, in un altro luogo, in un altro tempo, ho perso il mio nome. Stando qui ho imparato ad uccidere quello che rimaneva di me. Lavorare sul nastro di trasferimento richiede equilibrio. Sotto di me cè un pozzo di 250 metri, è difficile non essere presi dalle vertigini. Io non ho paura. Il sorvegliante mi spia, nel caso decidessi di buttarmi sotto. Ci ho pensato, non lo nego. Mi hanno detto che altri avrebbero pagato, che la vita non è più mia, che loro soli hanno il diritto di decidere se io possa morire, o debba vivere. Gli credo, so quello di cui sono capaci. Non sarebbe una morte senza dolore, ci sono dei disgregatori per tutta la parete del pozzo. Ho visto cosa è successo a chi si è buttato di sotto. I disgregatori hanno sparato, le sue carni si sono lacerate, il fuoco di plasma le ha bruciate dallinterno, lentamente, molto lentamente. Quello che ha toccato terra era irriconoscibile. E morto nellimpatto; ma prima che arrivasse al suolo, delle sue urla lancinanti echeggiava tutta la miniera. I resti furono issati su di un palo. Vi rimasero a lungo, come monito a chi volesse cercare nella morte la liberazione. La morte non viene a visitarci, perché qui manca la vita. Ecco, ho trovato il guasto, non ci metterò molto tempo a ripararlo. Sai, io e te abbiamo servito lo stesso geloso padrone. Tu più a lungo di me. Mi hanno detto che cè stato un tempo in cui la Flotta Stellare non avrebbe mai abbandonato i suoi uomini. Ci scacciarono dalle nostre case e la Federazione ci chiese di capire, capire che cera un trattato; dovevamo rassegnarci, dicevano. Ci siamo battuti per gli ideali che ci hanno insegnato, eppure ci hanno accusato di tradirli. Siamo noi i figli indegni, o sono loro padri degeneri?. Per la seconda volta mi parlò, fu però la prima volta che ci intendemmo. Sapeva chi ero, tutti qui lo sapevano. Sembrava però che non gli importasse. Io non posso essere come gli altri prigionieri, agli occhi loro sono una spia: sono il protetto dei sorveglianti. Sanno che godo di un trattamento migliore del loro, pensano che paghi il mio privilegio con la loro pelle. Mi ucciderebbero se ne avessero loccasione: non sanno che è parte della condanna che hanno scelto per me. Fu il primo a cui non importasse, lunico. Parlammo. Prima di allora non lo conoscevo, forse non lo conobbi neanche dopo. Siamo come stranieri a noi stessi, tra altri stranieri perduti. Adesso funziona. Il sorvegliante è soddisfatto, il lavoro può riprendere: è lunica cosa che conta. E la mia ombra. Lo è da quando sono arrivato. Non parla. Semplicemente cè. Non riesco a pensare a come era prima, prima che mi prendesse sotto la sua tutela. Ha cura di me, è molto scrupoloso, si preoccupa che io non dimentichi qual è il mio posto. Sa ricordarmelo, nel caso lo scordi. So che lo fa per il mio bene, come un padre premuroso punisce il proprio figlio quando sbaglia, affinché sia educato e rispettoso e non lo faccia vergognare di fronte agli altri. Di me può essere fiero. Ho imparato bene la lezione. Io sono il suo successo, ho sempre immaginato che andasse fiero di ciò che ha ottenuto con me, che si vantasse con i suoi pari, come una madre si vanta del figlio, allorché porta a casa un buon voto il primo giorno di scuola. Sono solo fantasticherie, lo so. Lui non si vanta con i colleghi, forse con loro non parla più che con me. E solo un modo per pensare a lui come se avesse una vita, come se fuori di qui potesse scherzare, come se potesse tornare a casa da una famiglia che lo attendesse, come se anche lui avesse amici, come se avesse qualcosa di umano. Egli mi è dolorosamente intimo, più di mia madre o di mio padre, conosce tutte le mie miserie. Non ho segreti per lui, non me ne ha lasciati. Forse è per questo che ho bisogno di pensare che fuori di qui lui possa essere diverso, perché mi è impossibile accettare di aver condiviso la mia umanità calpestata con un estraneo. Stringevo la sua mano nella mia. Tremava, il sudore gli colava dalla fronte, il volto solcato dal dolore portato dalla malattia. I suoi occhi, in straordinario contrasto con il male che gli deformava lespressione del viso, trasmettevano una calma serenità, quasi stesse per morire nel suo letto, con i suoi cari tutti intorno. Non fare quella faccia. In fondo io me ne vado da qui, e se anche andrò allinferno, sarà certo un posto migliore di questo. Tempo fa commisi un terribile errore, la mia vanità costò la vita ad un membro del mio equipaggio, ai tempi dellAccademia. Oggi pago anche per quella colpa. Siamo stati traditi io e te, traditi da chi ci ha reso ciò che siamo, da chi ci ha armato di ideali per poi usarli contro di noi, da chi ha barattato la propria gente con una pace effimera. Io e te ci siamo battuti per la nostra gente, per ridare onore alla divisa che un tempo indossavamo, perché non ci hanno lasciato scelta. Siamo qui per questo. Mi ha tradito il mio amico, eravamo cadetti allAccademia, eravamo complici! Mi assunsi le mie responsabilità, fui espulso, lui ripete lanno. Noi siamo sacrificati dalla Flotta Stellare perché lui, e gli altri come lui, possano dirsi cittadini della Federazione, possano fregiarsi dei nostri ideali: paghiamo per loro il prezzo della pace. Vedi, mi hai parlato della promessa. Ti verrò a prendere, ti disse. Non venne! Non verrà! Così come nessuno è mai venuto per me. Non disse altro, fu il suo ultimo respiro che mi portò quelle parole. Lo chiamai, con la voce che era più un sussurro: Locarno. Non conoscevo il suo nome, non lavevo mai saputo. Era il mio amico. Era un Maquis, come me. Cè stato un incidente, tre operai sono rimasti incastrati nel nastro trasportatore. Nessuno sa chi siano, non che importi veramente, qui non saranno pianti. E già successo. In questi casi il sistema di trasporto non si ferma fino a quando non ha completato il trasferimento del carico. Nessuno ha sentito le loro urla, il rumore del nastro le ha cancellate; così come ha fatto con le loro vite. La priorità è la pulizia del nastro. Deve essere riattivato subito, altrimenti ci saranno rappresaglie, non è permesso ritardare il lavoro. Ho io il compito di riparare il sistema. Il tempo è il mio nemico, ho già visto di cosa sono capaci, non voglio più assistere a niente di simile. Convulsamente lavoro al sistema di trasporto. Ecco: ancora un ultimo sforzo. Finalmente il nastro è di nuovo attivo. Nessun pasto di sangue sazierà la fame di morte dei carnefici, oggi. La paura, per un solo istante, è sembrata ridare espressione ai volti rassegnati degli operai, non è stato che un momento, subito è calata sui loro visi una maschera dindifferenza, come di chi ha dimenticato la vita. Devo tornare al mio posto, per farlo devo percorrere una galleria di circa 5oo metri. Sempre il sorvegliante mi accompagna nei miei spostamenti, è per la mia sicurezza mi dissero. La mia postazione si trova alluscita della galleria, nella grande sala della miniera. Per arrivare alla cabina di controllo devo passare attraverso la zona di scavo, dove lavorano gli operai, e salire su di un ripido sentiero. E lunica strada, solo così posso passare tra loro, protetto dalle armi dei sorveglianti. Un tremendo boato scuote la terra stessa! Confusione! Smarrimento! Panico! I soldati corrono dappertutto. Una parete esplode, si sgretola sotto il fuoco dei phaser. Entrano degli uomini. Un fascio di energia travolge uno dei sorveglianti, uccidendolo. La sorpresa più assoluta e lincredulità sono dipinte nei volti degli operai. Mai avevano immaginato di vedere un sorvegliante cardassiano morire, i loro carnefici cardassiani erano per gli operai come degli dei maligni, intoccabili ed irraggiungibili. Nessuno pensava che potessero veramente morire, solo gli operai morivano. Io sono sbigottito come loro. Il mio sorvegliante è paralizzato dal terrore: è la prima volta che il suo viso esprime una qualsiasi emozione. Adesso che lo vedo così la mia paura svanisce: è così piccolo e ridicolo, insignificante nella sua paura, come lo ero io quando gli fui consegnato. Egli mi guarda. Capisce che non ha più potere su di me. Estrae la sua arma, le fattezze del viso distorte dalla rabbia. La punta su di me. Il raggio di un phaser in quel momento lo colpisce. Non cè più. Vaporizzato. La battaglia infuria. Velocemente così come era iniziata, in un istante finisce. Nessuno di noi si muove. Ancora non capiamo bene che cosa è successo; che cosa fare. Una voce grida un nome; aspetta, mi pare di conoscerlo. E il mio nome. E impossibile. Non sanno che qui i nomi non esistono? Si avvicinano, vengono verso di me. Adesso li vedo. Li guida una donna. E lei che grida il mio nome. Adesso ricordo. E passato tanto tempo, è lei che fece la promessa. Tom! Tom Riker. Finalmente ti abbiamo trovato. Ho buttato allaria tutta Cardassia per scoprire dove ti avevano rinchiuso. Sapevo che eri qui da qualche parte, non mi sono arresa e ho avuto ragione. Così le parole della donna. Tenente Riker, sono il Capitano Sisko, ho sentito parlare di lei, non si preoccupi, la Flotta Stellare terrà conto di quel che è successo qui. Le garantisco che la proporrò per una promozione, lei è un eroe, merita di sedere sulla poltrona di capitano. Così, con tono severo, le parole delluomo. La stiamo cercando da due settimane, sapevamo che da qualche parte del pianeta vi erano basi isolate di truppe che ignoravano lesito della guerra, ne abbiamo trovate tante, questa è lultima. Adesso a parlare è un umanoide, dai tratti del viso indefiniti, devo averlo già conosciuto, non si dimentica un viso così. Odo, mi pare si chiami. Tom ti senti bene? Con la fretta del momento non mi ero accorta di come sei ridotto, che cosa ti hanno fatto? Mi riconosci? Sono Kira. La donna continua a parlare, non riesco a capire bene cosa dice. Che giorno è? Chiedo. Tom, riesci a capirmi? Sai chi sono? Chiamate un medico! Subito!. Così mi parla lei. So chi sei, sei Kira, mi ricordo. Adesso rispondimi: che giorno è oggi? Di quale guerra parlate? Mi guarda stupita, la pietà traspare dai suoi occhi: non mi importa, ho visto di peggio qui. La guerra è finita da due settimane, lalleanza tra il Dominio e Cardassia ha attaccato la Federazione. Con laiuto dei klingon e dei Romulani li abbiamo sconfitti. Non preoccuparti. Nessuno potrà farti più niente. Ti porteremo via di qui. E tutto finito adesso. Mi risponde Kira. Finito dici? No. Non è così facile. Non credo che finirà mai. Sono contento che la Federazione abbia vinto la sua guerra. Ma da qui la Federazione non esisteva. Non sapevamo nulla della guerra, comunque non avrebbe avuto importanza. Ogni giorno abbiamo vissuto la morte. Il mio amico è morto qui, nel nulla, morto senza senso. Come lui tanti altri. Il problema era come mangiare, come rubare un pezzo di pane dalle bocche dei topi. Come sopravvivere alle torture dei cardassiani, al lavoro che manteneva in vita e uccideva allo stesso tempo. Non sapevamo della guerra, ma anche se lavessimo saputo cosa sarebbe cambiato? Puoi rispondere a questo? Non cè risposta per quello che abbiamo subito! Così dissi. Mi guardano. Forse pensano che sia impazzito. Non capiscono. Come potrei spiegargli? Scende Il silenzio! Ancora una volta!
Ideato e scritto dal Guardiamarina Giuseppe Ruiu tessera 4094-A
N.d.A Il personaggio di Tom Riker compare nella puntata di Star Trek TNG intitolata: Il duplicato, e nella puntata di DS9 dal titolo: La nave rubata. Riprendo la storia lasciata in sospeso nella puntata di DS9, immaginando una possibile conclusione. Il personaggio di Locarno appare in un'altra puntata di TNG dal titolo: Il primo dovere.
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